Indicatori statistici/ Un futuro senza il Pil
Di Maurizio Franzini*
I numerosi limiti del Pil e, soprattutto, i suoi deboli, se non contraddittori, legami con il benessere sociale sono noti da lunghissimo tempo agli economisti, praticamente fin dal momento della sua introduzione. Il preziosissimo Rapporto della Commissione Stiglitz-Sen- Fitoussi può contribuire a rendere definitivamente noti questi limiti ad un più vasto pubblico, riducendo così anche il rischio che essi vengano di continuo riscoperti. In questo, il Rapporto potrebbe essere aiutato da altre meritorie iniziative di analogo tenore, come quella avviata oramai da tempo dall’Ocse con il progetto Measuring the progress of societies che ha già compiuto un discreto cammino e che ha prodotto, nel corso di alcuni forum internazionali, molti interessanti materiali.
La diffusa consapevolezza dei limiti del Pil non è, però, in alcun modo sufficiente a individuare e definire un sostituto – sia esso un singolo indicatore o una costellazione coerente di indicatori – in grado di rappresentare al meglio il benessere e il progresso sociale. Il Rapporto si segnala, piuttosto, per l’accurata disamina dei mille problemi che la misurazione di questi fenomeni pone; rispetto a tali problemi il Rapporto fornisce utili indicazioni e raccomandazioni ma non risposte definitive e meno che mai proposte di indici sintetici che possano essere considerati al riparo dalle critiche opposte al Pil. Con molta chiarezza, nella parte finale dell’Executive Summary, si afferma che il Rapporto intende aprire una discussione, non chiuderla. Nello stesso senso vanno anche le dichiarazioni formulate al termine del recente Forum sul tema organizzato dall’Ocse in Corea.
E’ facile prevedere che si tratterà di una discussione complessa e lunga, la quale dovrà impegnarsi molto non soltanto per allontanare le vecchie idee, ma anche per creare consenso attorno alle nuove. La lista di problemi con i quali misurarsi, come è desumibile dall’accurata analisi condotta nel Rapporto, è tale da poter scoraggiare anche il più determinato degli entusiasti. Naturalmente c’è da augurarsi che non sarà così, ma è facile prevedere che, anche se si rinuncia alla ricerca di un perfezionismo paralizzante, occorreranno non pochi anni per coagulare un ragionevole consenso attorno ad almeno alcune delle più spinose questioni, quali sono, ad esempio, quelle riguardanti il ruolo da attribuire alle misure oggettive rispetto a quelle soggettive; il modo di affrontare i numerosi problemi posti dall’aggregazione di dimensioni diverse e tra individui diversi; il rapporto tra benessere presente e sua sostenibilità nel tempo. Viene, allora da chiedersi: possiamo continuare a vivere con il Pil fin quando non avremo individuato e definito le nuove, accettabili, misure del progresso? Quali "costi" può determinare il ritardato addio al Pil?



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