Pensioni, perché serve una riforma
Di Antonio Galdo
Dal sito www.nonsprecare.it
Le pensioni degli italiani ingoiano un terzo della spesa pubblica, il doppio rispetto alla media dei paesi dell’Ocse. Lo squilibrio del nostro sistema previdenziale è in questa cifra che ci allontana dal mondo occidentale (soltanto nazioni come la Turchia o la Corea spendono di più) e ci fotografa come un Paese dove gli anziani sono precocemente protetti e i giovani spogliati delle loro opportunità e di un’efficace rete di tutele. Non c’è bisogno di esperti in contabilità pubblica per rendersi conto che la coperta del welfare è una tela con vasi comunicanti: se lo Stato continua a spendere troppo per i suoi pensionati, spesso ancora cinquantenni, mancheranno sempre le risorse per la sanità, la formazione, il lavoro che cambia diventando sempre un’alternanza tra posto fisso e attività autonoma.
Il governo, finora, è andato avanti con i libri, Verde e Bianco, nei quali ha fissato i paletti di un piano per l’intera legislatura, ispirato appunto a un’idea complessiva di welfare, con la speranza di aprire così un varco di fronte al muro dei sindacati in campo previdenziale. E’ una prudenza comprensibile, che però rischia di trascinarci nella palude di un dibattito infinito e inconcludente.
Sulle pensioni serve un’operazione di verità e un’offerta complessiva al sindacato (che in questo caso protegge la maggioranza dei suoi iscritti) con qualche contropartita che costringerebbe tutti ad assumersi le proprie responsabilità. Il primo scambio, per allungare l’età pensionabile e ridurre la spesa previdenziale, è quello del «patto generazionale». I risparmi devono essere contestualmente investiti negli altri capitoli della spesa pubblica, a partire dai nuovi ammortizzatori sociali e da tutele più consistente per l’universo dei lavori flessibili.
Attualmente c’è un paradosso tutto italiano: un giovane inizia un percorso di lavoro con forme flessibili (cioè contratti a termine) e mentre non ha alcuna prospettiva per una dignitosa pensione, finanzia con contributi sempre più alti lo status quo, cioè le pensioni delle generazioni più anziane.
Più che il welfare delle opportunità, questo è lo stato sociale delle discriminazioni. Una seconda contropartita riguarda la libertà di scelta concessa ai lavoratori, sapendo che la speranza di vita e di attività si allunga. Vuoi andare a riposo prima? Hai una pensione più bassa. Accetti di allungare l’età di lavoro? Guadagni di più. Sono forme di incentivi e disincentivi che, almeno stando ai sondaggi, gli stessi lavoratori gradirebbero, senza considerare il vantaggio collaterale di impedire forme opache di reinserimento dei pensionati nel tessuto produttivo.
Provate a chiedere a un piccolo imprenditore come si regola con i suoi lavoratori in pensione ancora giovani, e scoprirete un trucco molto diffuso: i più bravi continuano a lavorare, in nero. Infine, dallo scambio che il governo deve mettere sul tavolo del negoziato per ridurre la spesa previdenziale non può essere sfilato l’aspetto fiscale. La tassazione sui salari e anche quella sulle pensioni (il doppio rispetto alla media Ocse) va ridotta, con un effetto virtuoso a catena sul reddito disponibile e quindi anche sulla propensione ai consumi.
Qualcuno osserva che in una stagione di dura recessione, con dei tempi di uscita dal tunnel ancora incerti e sfuocati, è meglio non mettere mano a questo tipo di riforme. Da qui il rinvio e l’attesa. Credo, invece, che sia vero esattamente il contrario: tra le opportunità che la crisi offre c’è appunto quella di ristrutturare, proprio in tempi di crisi e sotto la spinta dello stato di necessità, le voci della spesa. Nelle aziende funziona così, e la crisi è l’occasione per modernizzare e rendere l’impresa più competitiva. Perché per lo Stato, e per il suo bilancio, le cose dovrebbero andare diversamente?



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