Agribusiness/ Dopo il via libera ad Amflora Basf lancia la sfida ai colossi mondiali degli OGM

Sabato, 6 marzo 2010 - 14:00:00

Patate 2

Sugli organismi geneticamente modificati (OGM) si riaccendono i toni delle polemiche, dopo il via libera della Ue alla “Amflora”, una varietà di patata modificata geneticamente, in particolare per disattivare il gene che produce l’enzima responsabile per la sintesi dell’amilosio (così da ottenere un prodotto contenente il 100% di amilopectina, utilizzato nella produzione di carta e adesivi vari), sviluppata fin dal 1996 dai ricercatori del gruppo Basf, società tedesca che fin dal 2003 ne aveva chiesto a Bruxelles l’autorizzazione alla coltivazione in Europa.

Un via libera che sblocca una moratoria di 12 anni e ha subito provocato un’alzata di scudi da parte di alcune regioni italiane come la Puglia, che si dice intenzionata a non consentire “a nessuno di coltivare nella regione né la patata transgenica, né qualsiasi altro prodotto Ogm”, visto che, afferma Antonio Barile, presidente della Cia (Confederazione italiana agricoltori) per la Puglia, “l’agricoltura pugliese, così come quella di tutta l’Italia, essendo di qualità, non ha bisogno di transgenico, che causerebbe la standardizzazione dei prodotti”.

Varrebbe forse la pena di ricordare che “l’agricoltura di qualità” produce alimenti destinati a finire sulle nostre tavole, mentre Amflora verrà utilizzata come componente per mangimi animali (come circa la metà delle patate coltivate in Europa, mentre un altro 25% è destinato alla produzione di alcol e amidi e solo il restante 25% all’alimentazione umana), ma questo probabilmente non placherà coloro che vedono nel progresso, a torto o a ragione, una fonte di problemi per l’umanità e una forma di illecito arricchimento da parte delle “grandi multinazionali” più che il tentativo di offrire risposte per il futuro.

Vano sarà probabilmente anche ricordare che già prima del 2003 (e da allora ulteriormente) la Amflora è stata sottoposta a una vasta serie di test che hanno escluso ogni possibile rischio per l’uomo, gli animali o l’ambiente. Al di là delle “crociate ideologiche”, il business degli OGM dovrebbe valere (il condizionale è d’obbligo ogni volta che in campo vengono agitate paure ataviche in grado di suscitare reazioni isteriche ostili da parte dell’opinione pubblica) sui 50 miliardi di euro l’anno a livello mondiale una volta a regime.

Sulla necessità dell’introduzione di tali prodotti non varrebbe la pena di discutere, se si pensa che i terreni coltivabili sono stabili (e a seconda delle fonti appaiono in lieve crescita nei prossimi anni o in calo, a causa della “concorrenza” dell’utilizzo della soia e di altre culture per ricavare carburanti “verdi” al posto di alimenti per animali o uomini) e che invece la popolazione mondiale continua a crescere ed entro il 2030 è vista gli 8,3-8,5 miliardi di persone. 

Del resto già  il 10% circa dei terreni coltivabili ospita culture OGM, in particolare negli Stati Uniti e in Asia e la rimozione dei vincoli agli OGM da parte della Ue appariva inevitabile visti anche i continui rilievi avanzati in sede di WTO (l’organizzazione mondiale per il commercio), che considera tali restrizioni dei vincoli incompatibili con gli accordi sul libero scambio di merci e servizi tra i paesi aderenti all’organizzazione.

Per Basf la Amflora varrebbe, solo dalla commercializzazione della licenza, profitti annui tra i 20 e i 30 milioni di euro, utili da moltiplicare per i futuri prodotti che potrebbero seguire la “superpatata”. Un altro colosso mondiale che con Basf è interessato da vicino al successo di Amflora e al possibile via libera a nuovi OGM (in particolare varietà di granturco a maggiore resa) è l’americana Monsanto, leader mondiale del settore con una quota di mercato del 23%, che si è vista approvare dalla Ue tre mangimi OGM e alcune varianti OGM del cotone. 

E poi ancora Bayer, Dow AgroSciences, Sygenta (terzo maggiore player mondiale alle spalle di Monsanto e DuPont), Pioneer, Ajinomoto Eurolysine e Novo Nordisk. Tutte impegnate a cercare di spartirsi un business che già nel 2008 ha toccato i 7,5 miliardi di dollari e che anche nel 2009 dovrebbe essere cresciuto, a dispetto della recessione mondiale e che piace molto agli analisti di borsa, che non a caso consigliano da tempo di puntare, tra i grandi gruppi chimici mondiali, proprio su quelli maggiormente impegnati nello sviluppo di nuovi OGM da impiegare nella produzione di biocarburanti e mangimi animali.

Luca Spoldi

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