Così Opel investe Obama
Di Giuseppe Morello
Ora sono incavolati anche la Merkel e Putin, ma la delusione più grande l’ha provata Obama, apprendendo che General Motors non vuole più vendere la quota di maggioranza di Opel a Magna-Sberbank. Un voltafaccia clamoroso al quale manca solo il gesto dell’ombrello, da parte di un board che con la scusa che GM fosse troppo importante per crollare, “too big to fail”, solo pochi mesi fa elemosinava dalla Casa Bianca pacchi di miliardi, che Obama non gli ha negato.
A parte che secondo la Corte dei conti Usa è difficile che il governo Usa recuperi i 50 miliardi di dollari dati alle imprese, resta il fatto che i vertici della General Motors si stanno comportando come quelli che nel momento del pericolo si fanno mansueti e piagnucolosi, ma passata la bufera ritrovano l’arroganza di sempre.
Adesso che la buriana sembra passata, dopo aver incassato i soldi del Tesoro, in GM ci hanno ripensato, mettendo in imbarazzo soprattutto il presidente americano che attorno al rilancio dell’economia, al sostegno condizionato alle imprese e al ritorno di valori etici nel business ha costruito una parte del suo successo. Insomma, la scelta di GM suona come una sonora pernacchia verso, reduce per altro anche da una delusione politica.
Le elezioni dei governatori di Virginia e New Jersey (il primo uno Stato incerto, il secondo da tempo democratico) non hanno subito infatti alcun effetto Obama e hanno visto la vittoria dei candidati repubblicani, pur essendo Stati che alle presidenziali hanno votato per Barack.
Non è “l’inizio della rimonta” come pretendono i repubblicani, ma è per lo meno la prova che per Obama non tutto fila liscio e che lo scivolone nei consensi è sempre in agguato.



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