Nucleare/ Ecco che cosa serve
di Luca Rossetti, formazionepolitica.org
Al di là delle diverse criticità scientifiche, economiche, sociali e ambientali che la questione presenta il ritorno al nucleare nel nostro paese è tanto facile a parole quanto tutt’altro che agevole se all’insegna di semplici “misure compensative” e “campagne informative”. Il via libera al decreto governativo sulle centrali nucleari è stato sancito lo scorso 10 febbraio. Il provvedimento, che era stato esaminato in via preliminare dal Consiglio dei ministri del 22 dicembre scorso, ha ricevuto il via libera delle commissioni parlamentari competenti ha registrato il parere positivo anche del Consiglio di Stato.
Si tratta di un altro passo significativo che rende esecutiva la volontà politica, espressa dal governo Berlusconi, di “riaprire la stagione del nucleare”.
Il Ministro Scajola ha, in questo senso, dettato i tempi: “individuato il percorso per il riavvio del nucleare, i primi lavori nei cantieri partiranno dal 2013 e la produzione di energia elettrica dal 2020”. Per rispettare questi impegni temporali l’esecutivo punterebbe a definire un “percorso condiviso con le amministrazioni locali”. All'appello del decreto del 10 febbraio manca però già il parere della Conferenza unificata delle regioni. Un versante che si presenta tutt’altro che agevole perché Puglia, Campania e Basilicata, con legge regionale, hanno già sancito il no all'installazione di impianti nucleari sul loro suolo mentre molte altre amministrazioni (Basilicata, Calabria, Emilia Romagna, Umbria, Lazio, Puglia, Liguria, Marche, Piemonte, Molise e Toscana) hanno messo in pista ricorsi alla Corte Costituzionale e anche in Sicilia l'assemblea regionale ha espresso il rigetto dell’opzione nucleare con un ordine del giorno approvato all'unanimità. Restano fuori dal mucchio solo Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Veneto ma di recente anche in Lombardia l’approssimarsi della scadenza elettorale ha spinto Formigoni a dire no al nucleare.
A dominare, in vista dell’ampia consultazione elettorale regionale, è a proposito dell’opzione nucleare, il “non nel mio mandato” .
E’ interessante porre in luce l’aspetto relativo alla localizzazione dei nuovi siti nucleari perché il ritorno all’atomo significa, anzitutto, individuare luoghi che ospiteranno le nuove centrali. Una questione che richiama l’idea di un percorso accidentato in un paese nel quale già la realizzazione di infrastrutture (vedi alla voce alta velocità ferroviaria) impianti energetici e di smaltimento dei rifiuti solleva, con una certa regolarità, la cosiddetta sindrome nimby (not in my back yard, non nel mio cortile).
Una reazione che se da un lato è figlia del particolarismo localistico diffuso, dall’altro trova linfa anche in approccio top-down di matrice decisionistica che è, ad oggi, il criterio guida nel rapporto con le comunità locali. L’incontro tra queste due opposte tendenze non ha fatto altro che consolidare un corto circuito decisionale che ha condotto al blocco di molti progetti.
Una prima cartina di tornasole di questa tendenza si coglie dalla lettura del sondaggio sul nucleare commissionato da Accenture a Gfk Nop nel novembre 2008 e reso noto nel marzo del 2009: “Sì per il 55% ma solo se lontano da casa”.
Basterà offrire alle popolazioni che accoglieranno le centrali, come previsto dal decreto governativo, incentivi economici come sgravi su spesa energetica, imposte e qualche campagna informativa? Occorrono davvero solo “misure compensative” e “campagne informative”?
Questa cassetta degli attrezzi, messa in campo per localizzare le centrali nucleari, sembra ancora troppo figlia di un’impostazione top-down che ignora le dinamiche sociali e l’impossibilità di rapportarsi con le comunità locali in una logica diversa da quella del semplice “prendere o lasciare”. Si tratta di un modo di procedere che porta a proporre progetti blindati nel quale lo spazio per mediazioni possibili, ancor più su un versante delicato come quello dell’energia nucleare, rischia di essere del tutto inesistente.



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