La svedese Ditec lascia il Veneto. Nordest in rivolta: boicottare Ikea
Sale di tono la polemica in Veneto per il "boicottaggio" che gli amministratori locali hanno deciso di varare contro il colosso svedese del mobile, Ikea, che proprio dai distretti di Treviso, di Udine e di Pordenone vede arrivare il 5% dei mobili acquistati in tutto il mondo, dopo che un'altra azienda svedese, Ditec, ha annunciato di voler licenziare 90 dipendenti e chiudere lo stabilimento di Quarto d'Altino (ma la stessa sorte toccherà allo stabilimento di Treviolo, a Bergamo, e di Leiria, in Portogallo) per trasferire la produzione in Cina e in Repubblica Ceca alla ricerca di costi di produzione più bassi.
Una crisi che altre parti d'Italia come la Puglia col distretto di Matera (celebre fino a pochi anni fa in tutto i mondo per la produzione di divani e mobili d'arredo) conoscono già da tempo ma che aveva finora solo lambito il Nord Est. Ora invece a chiudere i battenti sono, da inizio anno, oltre 700 aziende (con 13 mila posti di lavoro persi) e gli amministratori locali, spalleggiati dai sindacati, provano a fare muro minacciando neanche troppo velatamente di non concedere le autorizzazioni necessarie a Ikea per poter aprire due nuovi centri commerciali nella regione (a Casale sul Sile e a Verona).
Un "do ut des" che si spera possa sortire effetti e indurre le autorità svedesi a fare pressioni sulle proprie aziende perché oltre a vendere continuino anche a produrre e dunque distribuire ricchezza sul territorio e non solo drenarla. Scuotono tuttavia la testa gli economisti: la perdita di competitività del Nord Est non è risolvibile a colpi di boicottaggi, derivando non solo da motivi di costo ma anche dalla progressiva acquisizione di competenze da parte di aziende delle economie emergenti dell'Est Europa e dell'Asia. Chi ieri faceva solo lacci per scarpe o fiori di carta, insomma, è ormai in grado di produrre capi d'abbigliamento, semiconduttori, automobili e a poco serve minacciare di non comprare i prodotti della nazione a cui fanno capo aziende che preferiscono spostare le proprie attività in tali paesi.
Come si può sopravvivere alla crisi? Se ridurre il costo di produzione è impossibile sotto certi livelli salvo violare sistematicamente ogni norma e regolamento sia fiscale sia sulla sicurezza e sui diritti dei lavoratori (come pure fanno fin troppe aziende anche in Italia senza che i controlli riescano a stroncare il fenomeno), l'unica salvezza è varare politiche industriali nazionali e locali che favoriscano lo spostamento di aziende e lavoratori verso nuovi settori dove contano maggiori competenze. Studiare e innovare, insomma, è l'unica ricetta per garantirsi la sopravvivenza economica in un mondo che è sempre più globalizzato e che non tornerà più ad essere quello in cui hanno vissuto e lavorato i nostri padri e i nostri nonni.
Peccato che i politici, non solo in Italia, preferiscano proporre soluzioni populistiche di più facile presa, specie in tempi di crisi, che non adoperarsi per adottare soluzioni efficaci che, purtroppo, avrebbero dovute essere varate già anni fa per potersi vedere oggi i primi effetti benefici. Ma ammettere di non aver saputo fare il proprio mestiere con sufficiente lungimiranza sembra difficile tanto ai politici quanto a sindacati e aziende, italiane e non.
Luca Spoldi


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