Moncler/ De Benedetti: in Borsa tra un anno
Si trattava di Mittel, del Fondo Progressio Investimenti e dell’Istituto Atesino di Sviluppo, che affiancarono la Ruffini Partecipazioni rilevando il 61% del capitale e asciando allo stilista la gestione operativa del gruppo, che così si salvò dal naufragio di Fin.part con una pingue plusvalenza per i suoi venditori.
Ma anche per gli acquirenti l’affare non doveva rivelarsi sbagliato, anzi: nell’ottobre del 2008 il 48% di Moncler venne acquisito da Carlyle sulla base di una valutazione (per il 100% della società) di 408 milioni di euro, pari ad una plusvalenza di 111,4 milioni di euro. Anche in questo caso come in precedenza l’acquirente non subentrava in toto ma affiancava Ruffini (rimasto socio al 38%) e i preesistenti finanziatori (la cui quota calò al 13,5%, mentre al management toccò lo 0,5% del capitale).
Per chiudersi il cerchio ha bisogno ora di un “way out” anche per Carlyle. Una “via d’uscita” che, come già molte volte ipotizzato per altre società di moda quali ad esempio Brioni o Prada (quest’ultima da anni partecipata da Intesa Sanpaolo e più volte apparsa in procinto di quotarsi, salvo poi non farne nulla), pare dunque essere quella di una quotazione. Sperando che la ripresa dei mercati prosegue, la moda torna dunque ad essere una preda ambita delle “cavallette” che trovano irresistibile il settore fashion e i suoi elevati margini di ricarico.
Con buona pace di chi pochi mesi fa ammoniva che non era più tempo di flirtare con le alchimie della finanza per i marchi della moda italiana e che, viste le devastazioni prodotte dalla crisi, occorreva rimboccarsi le maniche, svecchiare le linee, preparare la successione degli attuali “numeri uno” e trasformare quelle che in fondo restano aziende a conduzione semi-familiare nonostante gli imponenti fatturati in organizzazioni moderne, in grado di reggere la sfida del ventunesimo secolo.
Luca Spoldi



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