Fashion doc/ Dall'Asia il cashmere dei contadini, Brunello Cucinelli veste i ricchi

Lunedì, 21 settembre 2009 - 08:20:00

I numeri del gruppo Cucinelli/ Fondata nel lontano 1978, la Brunello Cucinelli Spa ha la sede a Solomeo (Perugia) e impiega 456 lavoratori, con
un indotto di circa 1000 collaboratori esterni. Nel 2008 ha chiuso il bilancio con un fatturato, ripartito fra Italia (36,3%), mercati tradizionali (53,9 %) e Paesi emergenti (9,8%), di 144,47 milioni di euro. In crescita di quasi il 20% rispetto all'anno precedente. Nel 2007 la crescita era stata del 32,34%. Bene anche gli utili prima delle imposte: 8,8 milioni di euro (+22,61% anno su anno).
Le 33 boutiques sono localizzate nelle principali capitali del mondo, da Tokyo a New York. Cucinelli ha due monomarca a Milano, entrambi in via della Spiga e uno, appena aperto, a Roma. In via Borgognona.

Quale?
"Durante quel periodo, da quando era andato a lavorare in fabbrica, il mio babbo tornava a casa spesso triste e teso. Quand'era in campagna e coltivava la terra, al contrario, era molto gioioso". 

Cosa succedeva?
"Tornava a casa la sera, dopo la giornata in fabbrica e diceva: 'Che cosa ho fatto io a Dio per essere umiliato così'. Non capivo perché mai un uomo di 45 anni avesse dovuto parlare in questo modo. E' una cosa che non mi è mai andata giù e da lì è scaturito qualcosa".
 
Cosa?
"Mi dissi: 'Qualsiasi cosa farò nella vita, mi adopererò per rendere il lavoro dell'uomo più umano'. E questo è stato il principio che mi ha ispirato e accompagnato per tutta la vita. Ancor prima che mi mettessi a commerciare il cashmere. A 20 anni sognavo di fare qualcosa, anche l'operaio, perché alla fine lo facevano anche i miei fratelli, che però aiutasse le persone a non ritrovarsi nella condizione in cui si era ritrovato mio padre. Non volevo che nessuno provasse quell'umiliazione quotidiana che il babbo non viveva quando faceva il contadino. E' diventato il primo scopo della mia vita. In una sola parola volevo lavorare e vivere per la dignità dell'uomo".
 
Insomma, si è formato con i vecchi valori che si tramandavano in un ambiente sano come la campagna...

"E al bar, aggiungo. Già, perché ai tempi dell'università trascorrevo quasi tutte le sere al bar. Un luogo frequentato da gente proveniente dai ceti sociali più disparati, in cui si parlava di tutto: dalla politica alla teologia. E dall'economia alle donne. Durante l'estate ci rimanevo fino alle sei del mattino. Certo, non studiavo, ma ho iniziato a leggere molto. E ho scoperto la filosofia. Il primo libro che ho preso in mano è stato Kant. Un uomo di grande statura morale. Sono sempre stato affascinato dai grandi uomini. Anche se, però, è stato mio padre che mi ha dato uno degli insegnamenti più grandi della mia vita".

Può raccontarlo?
"Il rispetto per la libertà degli esseri umani. Quando a 25 anni gli comunicai che avevo intenzione di mettermi a fare i pullover, lui mi disse: 'Io non so che sono, fai un po' tu e che Dio ti aiuti. Vai per la tua strada'. Un po' come Dio ha fatto con Mosè e Giosuè. Questa è la libertà".
 
E il cashmere com'è arrivato?

"A quel tempo produrre capi in questo tessuto mi sembrava un'attività chic. Volevo fare qualcosa di bellissimo per i

Dicono di lui/ Per Carlo De Benedetti, presidente del gruppo Cir, Cucinelli è un vero genio del made in Italy. Quel made in Italy che vuol dire eccellenza e che rende famoso in tutto il mondo il prodotto del nostro Paese. Un imprenditore che, per l'Ingegnere, bisogna "prendere come esempio"
ricchi, perché avevo letto in un libro di Theodor Levitt, in cui il genio del marketing affermava che, nel tempo, i Paesi sviluppati, per andare avanti, avrebbero dovuto produrre merci di grandissima qualità. Altrimenti il prezzo sarebbe stato quello di dover subire la terribile concorrenza dei Paesi emergenti e del Sud del mondo. Ma c'è anche un'altra cosa".
 
Quale?
"Il cashmere mi permetteva anche di recuperare un valore a me caro e cioè quello del riutilizzo delle cose. I miei genitori mi hanno cresciuto abituandomi a non buttare via mai niente. Il cashmere, infatti, non lo butti via mai e non lo regali. Lo lasci in eredità a chi verrà dopo di te. Se con questo si considerano anche il fatto che in Umbria c'è la cultura della maglieria e l'ispirazione che ho avuto dai Benetton che, nel fare i loro capi, utilizzavano mille colori, si capisce allora perché ho fatto questa scelta. Ideando capi per la donna. Sotto il profilo industriale era una grandissima innovazione".

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