Affari sotto il vestito/ Tanti vorrebbero quotarsi a Hong Kong? Brunello Cucinelli invece preferisce Milano

Lunedì, 9 maggio 2011 - 18:00:00

Cucinelli
Brunello Cucinelli

Potrei concepire una quotazione in parallelo sulle due piazze, italiana e asiatica. Ma resta prioritario l’ingresso su un listino del mio Paese”. La ragione? “Sono italiano, promuovo il made in Italy da sempre, vendo soprattutto in Italia e negli Usa, sui mercati emergenti realizzo l’11% del fatturato. Quindi sto investendo in Estremo Oriente per il futuro ma il mio presente è ancora molto ben radicato qui”. In un momento di “febbre asiatica”, Brunello Cucinelli, con il suo piccolo impero da 201 milioni di fatturato con un Ebitda record che supera l’80% nel 2010, sta andando come una folgore negli Usa: “Oltreoceano nel 2009 facevamo 37 milioni di euro di fatturato, nel 2010 52 e per l’esercizio in corso prevediamo di arrivare a quota 75 milioni. In Cina per ora la nostra percentuale è pari al 2: quindi non perderemo di vista l’Asia, su cui stiamo investendo denaro ed energie per il futuro.Ma al momento il business numerico si gioca fra l’Italia, che vale il 30% del giro d’affari  e gli Usa”. 

La quotazione su listino di Milano è quindi certa? “Stiamo valutando e decideremo nei prossimi due mesi. Certo, sarebbe interessante”. In primis, per dare all’azienda una visibilità internazionale", dice il re del cachemire che sta per aprire a fine maggio il terzo negozio francese a Parigi in 54 Faubourg saint Honorè. Secondo, per attrarre manager di caratura: “Non che ora ne fossimo sprovvisti, ma abbiamo sede in Umbria, è più difficile attrarre competenze internazionali qui a Solomeo”.

Infine, per avere liquidità fresca da poter investire sul retail: “Stiamo valutando la crescita dei negozi di proprietà, se ne trovassimo su piazze strategiche ma costose come Shanghai avremmo risorse pronte da investire”. 

L’azienda, arrivata a 630 dipendenti, aveva stilato a inizio 2010 un piano quadriennale, rivisto a fine anno proprio in virtù delle performance straordinarie di marginalità: un Ebitda di 15 milioni, in crescita dell’83% rispetto al 2009. L’espansione in Cina si basa su un piano retail partito con i due lussuosi shopping mall di Dalian e Chengdu, in partnership con la società Lessin. In previsione, per il 2011, cinque aperture, tra cui Shanghai e Pechino, destinate a salire a 20 nei prossimi cinque anni.

Sull’interesse quasi ossessivo degli investitori asiatici per i marchi italiani Cucinelli ha le idee chiare: “E' normale, hanno i capitali ma non la possibilità di creare marchi propri nel segmento lusso. Più facile, per loro, acquisirli da noi. Un marchio cinese, realizzato in Cina, non avrebbe appeal per la popolazione ricca d’Occidente”.  E poi resta il valore aspirazionale di un made in Italy, di uno stile di vita anelato: “Qualche tempo fa ho accolto una delegazione di venti industriali cinesi a Solomeo. Quando sono partiti avrebbero voluto portarsi via la terra, il vino, l’intero Paese. Questo è il patrimonio su cui l’Italia dovrebbe lavorare in futuro”.

Monica Mozzi

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