Manifattura boom/ L'Italia batte la Germania
L'Italia batte la Germaqnia: nel confronto fra le due più grandi economie manifatturiere al mondo il nostro Paese supera la prima della classe
Cresce anche nel 2011 il fatturato del manifatturiero italiano ma resta lontano dai livelli del 2007. Nei primi dieci mesi del 2011 l'export manifatturiero italiano aumenta del 12,6%, a ritmo superiore a quello tedesco.
L'industria italiana, grazie ai buoni risultati ottenuti nella prima parte dello scorso anno e alla tenuta delle vendite sui mercati esteri, è stimata chiudere il 2011 ancora in crescita; in aumento la maggior parte dei settori, eccezion fatta per quelli legati al ciclo edilizio e immobiliare: mobili, prodotti per le costruzioni ed elettrodomestici.
Le difficoltà sono concentrate sul mercato italiano. Gli ultimi mesi dello scorso anno sono stati tuttavia caratterizzati da un netto peggioramento dei risultati di vendita delle imprese italiane, con il fatturato realizzato sul mercato nazionale entrato in territorio negativo per tutti i settori, con l'esclusione dell'alimentare. Le difficoltà della domanda interna allontanano il recupero dei livelli pre crisi e condizioneranno fortemente l'evoluzione del manifatturiero italiano anche nei prossimi mesi, come anticipato dal deterioramento della fiducia delle imprese e, soprattutto, dei consumatori, scesa ai livelli di fine 1992. Oggi come allora, le preoccupazioni sulle prospettive future di reddito e risparmio sono in aumento, a fronte anche delle difficoltà crescenti del mercato del lavoro, accrescendo fortemente la cautela nelle decisioni di spesa, in particolare per i beni di consumo durevole. Peggiorano anche i giudizi sulle condizioni d'investimento delle imprese, penalizzati dal nuovo decremento del grado di utilizzo degli impianti e dalle criticità sul versante creditizio.
Tiene l'export, che continua a crescere a ritmi più vivaci di quello tedesco, sostenuto dal riposizionamento attuato dalle imprese italiane sui mercati extra Ue. A fronte della contrazione del fatturato domestico, le vendite sui mercati esteri hanno mostrato una buona tenuta. Pur in presenza di una domanda mondiale più lenta rispetto al 2010, le esportazioni manifatturiere italiane sono cresciute del 12,6% nei primi dieci mesi del 2011, ritmo più vivace di quello che ha caratterizzato l'export tedesco (+11,3%). La crescita è stata sostenuta dai brillanti risultati della metallurgia (grazie anche al sostegno dei prezzi), del largo consumo e della meccanica. In accelerazione rispetto al 2010 anche il sistema moda, dove l'Italia beneficia, in questa fase, soprattutto del proprio ruolo di base manifatturiera per le grandi maison del lusso, italiane ed estere.
I dati più recenti confermano buoni ritmi di crescita per le vendite sui paesi extra-Ue (+10,5% la crescita tendenziale dell'export a novembre e +11,2% a dicembre), mentre quelle dirette ai mercati Ue mostrano segnali di deterioramento, evidenziando come la crisi dei debiti sovrani stia penalizzando l'intera area. In Francia e Germania, principali mercati di sbocco dell'export italiano, le vendite della filiera del tessile-abbigliamento e degli autoveicoli hanno ripiegato in territorio negativo nel mese di novembre, ma anche le esportazioni di metallurgia e intermedi chimici mostrano una forte decelerazione, in conseguenza della crescente prudenza dei piani di produzione delle imprese di questi due paesi.
Nell'attuale fase, la capacità di continuare a crescere sui mercati extra-Ue - peraltro anch'essi in rallentamento - è un elemento fondamentale per sostenere l'evoluzione del manifatturiero italiano, e contrastare la caduta delle vendite attesa sul mercato interno e in molti paesi europei.
Un sostegno all'evoluzione dell'export italiano verrà dalla debolezza dell'euro. Benché gli sforzi di riqualificazione compiuti dalle nostre imprese abbiano reso l'offerta italiana meno sensibile all'andamento del cambio, un euro debole può ampliare la domanda potenziale rivolta alle produzioni italiane, in particolare nei settori che destinano una quota rilevante della propria offerta ai mercati extra-Ue e/o che si trovano a competere con produttori localizzati al di fuori dell'area euro, come la meccanica, l'elettrotecnica e l'elettronica. Per questi settori una svalutazione del cambio nell'ordine del 10% può favorire un incremento della crescita delle vendite sui mercati mondiali tra l'1,5 e il 3% in termini reali. Anche le produzioni di beni di consumo, sistema moda in primis, ricevono comunque indubbi vantaggi da un cambio debole che, rendendo più convenienti i beni di alta gamma italiani, amplia la platea di consumatori mondiali in grado di acquistare prodotti griffati Made in Italy.
In futuro si amplierà la divaricazione dei risultati fra le imprese. Un cambio debole, tuttavia, accresce i costi di approvvigionamento delle imprese italiane, elemento preoccupante in questa fase, che vede i prezzi internazionali delle commodity mantenersi su livelli elevati, nonostante il rallentamento del ciclo internazionale. Nel prossimo futuro, anche il cambio, unitamente a una domanda proveniente soprattutto dai paesi più lontani e a condizioni creditizie meno favorevoli che in passato, contribuirà ad ampliare il divario di performance fra le imprese italiane. In particolare, potrebbero essere ancora una volta le aziende più piccole a soffrire maggiormente, a causa della loro inferiore proiezione sui mercati internazionali, al più elevato livello d'indebitamento e al minore potere di mercato. In questo contesto, l'adeguamento dell'Italia alla normativa Ue sui tempi di pagamento appare un passo importante per sostenere la competitività delle Pmi italiane, rendendole più simili ai concorrenti europei. Per il complesso del manifatturiero, al di là dei riflessi positivi o negativi sulla struttura finanziaria delle singole imprese, la standardizzazione dei pagamenti a termini più europei porterebbe a un generalizzato miglioramento delle condizioni di rischio del sistema. Da un lato, il riequilibrio delle situazioni di eccesso di potere di mercato andrebbe a tutelare gli operatori più deboli delle catene di fornitura; dall'altro la maggior prevedibilità e programmabilità delle entrate e delle uscite finanziarie renderebbe più agevole il raggiungimento dell'equilibrio finanziario delle imprese, compito che si fa più difficile specialmente in anni di crisi e/o di possibile difficoltà nell'accesso al credito.


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