Management al femminile
Di Manuela Soncini, responsabile dell'ufficio Asset Protection di Unicredit*
La prima sensazione che ho nell'esprimere il mio punto di vista sul convegno Donna e manager: un binomio per crescere è quella di poter cadere nella trappola, molto comune tra le donne, di dire quello che ci si aspetta di sentir dire in queste occasioni. Dico questo perché, oltre a rappresentare una tipica trappola del ruolo femminile nel mondo del lavoro, non si possono negare i rischi che incombono nell'inevitabile sforzo di generalizzazione di fronte al compito di individuare delle caratteristiche necessarie per valorizzare la presenza femminile nel management italiano. Provo a partire dalla mia situazione personale.
La mia esperienza professionale parte dal mondo di una delle allora big five ove ho ricevuto una introduzione alla vita professionale sicuramente adatta alla mia indole e che mi è servita per orientare i successivi passi nel mondo del lavoro. Questa esperienza mi ha permesso di apprendere regole applicabili tanto ai colleghi quanto alle colleghe, basate su meccanismi orientanti ad una vita professionale fatta di elevati contenuti specialistici e della costante ricerca dell'eccellenza nel proprio settore.
Con molta semplicità, ho cercato di orientare le scelte successive anteponendo la lealtà e la chiarezza degli obiettivi che devono ispirare ogni investimento in maggiori risultati professionali e che mi hanno permesso di prendere le giuste decisioni di fronte ai bivi e ai passaggi chiave nel mio percorso di crescita.
Fino ad ora questo "patto di lealtà" con le aziende con cui ho avuto il privilegio di lavorare non si è mai spezzato, in nessuna fase che ha contraddistinto la mia vita di individuo, prima che di donna, che ha, per talune necessità, dovuto ridisegnare la scala delle priorità e del rapporto tra vita privata e impegno lavorativo.
Questo è infatti il punto in cui spesso si concentra l'analisi delle capacità del nostro contesto economico e giuridico di attrarre figure femminili di grande professionalità che reggano alla prova delle varie fasi della vita senza dover scendere a compromessi non desiderati. Prima di delineare conclusioni che nel nostro Paese non hanno ancora raggiunto un indirizzo preciso, ci si dovrebbe interrogare se la capacità di incentivare la crescita del lavoro femminile che, quindi, produce reddito e, quindi, consumo e, quindi, risorse a favore dell'economia, è compensata da pari investimenti nel settore dei servizi che supportano la stessa presenza femminile nel mondo del lavoro.
In troppi casi si sente ancora dire, e non credo a caso, che la donna agisce come meccanismo di welfare domestico occupandosi sia di aspetti professionali, che garantiscono un apporto al nostro tessuto economico, che della cura delle generazioni precedenti e successive all'interno della famiglia. Non ho una risposta certa, poiché sicuramente il momento è evolutivo e molti passi in avanti si sono fatti, ma in questo caso non credo sia sufficiente lasciare alla libera iniziativa del mercato e dell'organizzazione del mondo femminile la gestione di questo prezioso equilibrio.
A fronte di questo, credo che il tempo che viviamo sia anche una fase di grande opportunità e di grandi occasioni da cogliere per impostare il nostro futuro. La donna, contrariamente alla figura maschile che esprime prevalentemente il proprio ruolo sociale nei risultati professionali raggiunti, si trova in un momento di passaggio in cui può sentirsi libera di non aver alcun clichè da rispettare per orientare le proprie scelte. Quante di noi trovano il modello delle proprie madri o addirittura delle proprie nonne aderente alla propria situazione?
È proprio questa libertà da stereotipi o strade già segnate che costituisce la grande opportunità di questa fase storica; ma come in tutti quei momenti in cui il genere umano si è trovato davanti alla libertà adolescenziale di poter compiere scelte di fondo prive di condizionamenti, le trappole sono nuovamente in agguato.
La principale è sicuramente quella di desiderare di rivestire tutti i ruoli che la società assegna alla figura femminile, senza aver prima verificato il vero senso da attribuire ai valori della professione e alla responsabilità nei confronti di coloro con cui si interagisce sia nel mondo del lavoro che della vita privata.
Per concludere, cerco di prendere spunto dal momento economico che stiamo vivendo per capire se ci possono essere occasioni di discontinuità e di opportunità per aprire i vertici delle aziende alle figure femminili. Il momento di crisi ha imposto riflessioni sulla centralità del "mercato" e della "tecnica" che, nella ricerca di velocità ed efficienza, ha tralasciato l'indagine dei significati profondi delle relazione e dei giudizi sui comportamenti. La ricerca dei valori, delle responsabilità, della sostenibilità delle condotte è spesso invocata come il fattore che deve sostenere la gestione del nostro mondo economico, senza che questo accada nel modo più sincero e profondo. Le donne sono istintivamente e culturalmente propense ad orientare i propri comportamenti non tenendo conto solo dei risultati che si ottengono, ma anche delle conseguenze che gli stessi hanno su altri ambiti di equilibrio.
A questo aspetto si unisce una forte capacità di prendersi cura delle relazioni che la propria sfera di attività ha intrecciato con altri soggetti. Di questo differente modo strategico di approcciare i problemi ho conferma quotidiana nella mia attività professionale dedicata alla assistenza ai clienti nel percorso pianificazione e trasmissione di importanti patrimoni di cui sono titolari. Una caratteristica ricorrente nelle situazioni in cui il leader del gruppo familiare è femminile, si riconosce nella constatazione che la pianificazione trascende il risultato economico e finanziario che il patrimonio può generare, ma spesso vengono considerati, se non anteposti, aspetti legati agli equilibri tra le persone, ai valori che si trasmettono insieme al patrimonio, alla realizzazione di interessi più estesi, all'indagine dello scopo ultimo che deve avere la ricchezza.
È anche vero che esiste un luogo comune che sostiene che una professione svilisce il suo valore sociale quando la percentuale delle donne supera quella degli uomini. Vorrà, forse, dire che siamo di fronte a importanti cambiamenti economici la cui portata veramente supera qualunque nostra previsione e che forse non stiamo comprendendo.
*da UniNews



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