Crack Lehman/ Dopo il crollo si contano i danni: ecco chi rischia e quanto in Italia e nel mondo

Mercoledì, 17 settembre 2008 - 17:34:00

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Fallita Lehman Brothers e nazionalizzata dopo Fannie Mae e Freddie Mac anche il colosso assicurativo AIG, da lunedì sul mercato è un rincorrersi di comunicati stampa e dichiarazioni che precisano l’impatto che il terremoto in atto nel settore finanziario Usa potrà avere anche nei bilanci di altri importanti intermediari. Comunicati cui è conveniente cercare di prestare attenzione, perché con un mondo in cui l’economia è ormai globale anche chi investe in Italia, Russia o Brasile potrebbe soffrire dei contraccolpi, sia che detenga titoli di stato, azioni o strumenti derivati.

Sul fronte degli emittenti sovrani, il Tesoro Usa potrebbe secondo alcuni dover ampliare le emissioni di T-bond per finanziare gli interventi già annunciati e quelli che, sotto varia forma, potranno essere introdotti per porre fine alla crisi del mercato immobiliare (ad agosto ancora in caduta libera, con le costruzioni di nuove abitazioni scese a 895 mila unità, il minimo degli ultimi 17 anni, e le richieste di nuovi permessi edilizi crollate a 854 mila domane, minimo degli ultimi 26 anni) oltre che dei singoli operatori travolti dalla crisi.

Investire ora in titoli del tesoro americano, che ormai rendono solo più il 3,4% a 10 anni (e circa il 4% a 30 anni, il minimo dagli anni ’60 del secolo scorso) e sui quali occorre sopportare un rischio cambio che con l’euro a 1,42 contro dollaro appare per il futuro decisamente maggiore che non quando la valuta unica oscillava attorno a quota 1,5 sul biglietto verde, non pare dunque conveniente né prudente al momento. Meglio stare su titoli in euro e visto che siamo in Italia e che i nostri Btp rendono più di tutti gli altri (perché la Repubblica Italiana gode di un merito di credito inferiore a paesi come la Germania) tanto vale investire in titoli di stato nostrani.

Per chi invece ama puntare su obbligazioni convertibili o indicizzate, prodotti strutturati o azioni, va capito quale possa essere il rischio connesso, ossia l’esposizione al crack Lehman (613 di posizione debitoria a fronte di attività patrimoniali di valore stimato pari a 639 miliardi) che i singoli emittenti incorporano, esposizione che potrebbe condizionare l’andamento dei relativi titoli azionari o obbligazionari in borsa.

Nella lista dei primi trenta creditori diffusa dalla stessa Lehman non compare nessun istituto italiano, anche a causa della relativa marginalità delle nostre banche nella finanza a livello mondiale. Compaiono al contrario le banche giapponesi Aozora e Mizuho Bank, una controllata della statunitense Citbank e le europee Bnp Paribas, che in Italia controlla Bnl ed è esposta per circa 400 milioni di euro, Ubs (che ha spiegato di attendersi oneri complessivi non superiori ai 300 milioni), SwissRe (50 milioni di franchi svizzeri  cui vanno sommati altri 200 milioni nei confronti di AIG) e SocGen (76 milioni di esposizione).

Altri nomi indicati come “a rischio” sono quelli di Credit Suisse, Deutsche Bank, Royal Bank of Scotland e Barclays (che nel frattempo si è comprata le attività di banca d’affari in Nord America di Lehman per 1,75 miliardi di dollari).

In Italia alcuni gruppi si sono già fatti avanti precisando la propria esposizione: in particolare Intesa Sanpaolo ha annunciato di essere esposta per 260 milioni di euro in tutto, di cui circa 51 milioni di euro di crediti per cassa, 3 milioni di crediti di firma e  circa 166 milioni nominali su titoli obbligazionari oltre a circa 40 milioni netti “mark to market” relativi a rischi di sostituzione.

Decisamente più contenuti gli importi per Banca Popolare di Milano, che ha parlato di un’esposizione inferiore ai 10 milioni di euro, e Bpu, che tra obbligazioni in portafoglio (11,3 milioni di euro al 30 giugno scorso) ed esposizione netta in derivati (7 milioni di euro mark to market) non supera i 20 milioni.

Qualche conseguenza potrebbe averla anche la nuova boutique finanziaria di Matteo Arpe, il fondo d’investimenti Sator: a Lehman era infatti stato affidato il prime brokerage per il fondo dopo che la banca d’affari americana aveva sottoscritto un aumento di capitale divenendo socia all’1,1% (entrando in un gruppetto di investitori istituzionali che controllano il 10% di Sator, rispetto al 60% di Arpe e al 30% di altri ventuno manager).

Un capitolo a parte è rappresentato da alcuni soggetti pubblici: il Comune di Milano secondo alcuni avrebbe investito in derivati emessi da Lehman e dunque potrebbe dover effettuare qualche svalutazione di bilancio, stessa situazione ma per importi decisamente superiori. Si era parlato stamane di circa un miliardo di euro di esposizione complessiva, ma nel question time pomeridiano il ministro Tremonti ha precisato che a quanto risulta “le posizioni del Tesoro non sono attive ma di segno opposto”, aggiungendo: “non riteniamo ci siano problemi”. Lo sperano ardentemente i contribuenti italiani che vorrebbero evitare di pagare qualche tassa in più per ripagare investimenti sbagliati di Via XX Settembre.

Luca Spoldi

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