La ripresa che verrà
di Gianfranco Aurisicchio - da formazionepolitica.org
Anche se l’economia mondiale sembra ormai aver imboccato un cambio di direzione, ci aspetta in realtà un decennio o quasi di instabilità finanziaria e debolezza strutturale, a causa del nuovo pattern che il sistema economico ha preso, caratterizzato da elevata disoccupazione e crescita frammentaria, e per le enormi iniezioni di liquidità che rischiano di scatenare una impennata inflazionista o peggio una stagflazione, dati appunto i deboli segnali di crescita del trend economico. È come se un malato che è appena uscito dal coma si ritrovi al risveglio nelle condizioni di uno che è appena stato salvato dall’affogamento in mare, con in corpo tanta di quell’acqua da farlo gonfiare… per rendere l’idea.
Lo scenario che ci aspetta non è in realtà ben chiaro. Sia tra i neokeynesiani che tra gli stessi monetaristi si fa fatica a capire se l’enorme liquidità iniettata nel sistema tra il 2008 ed il 2009, per evitare un effetto domino dato dal fallimento di alcune grosse istituzioni bancarie, sia destinata a causare un’elevata inflazione, come negli anni Settanta del secolo scorso, con cui ci sono molte analogie, o se invece il perdurante alto tasso di disoccupazione (che negli Stati Uniti è ancora intorno al 10%, addirittura più elevato che in Italia) continuerà a deprimere la domanda e quindi avrà un effetto di tappo sul livello dei prezzi. I teorici dell’effetto monetario della disoccupazione notano che il costo del lavoro è di gran lunga la componente più importante dell’inflazione, e in questo scenario di alta e perdurante disoccupazione è molto probabile che anche lievi aumenti dei salari siano poi in realtà seguiti da un blocco prolungato all’aumento degli stessi, che porteranno successivamente a loro volta a tagli nelle buste-paga. In questa situazione, anche diminuzioni di un punto percentuale nel tasso di disoccupazione nei prossimi anni non causeranno comunque sostanziali aumenti del tasso di crescita dei salari e quindi dell’inflazione.
Dopo decenni di crescita dei bilanci del settore privato maggiore della crescita dei redditi (nelle famiglie, nel settore non finanziario e soprattutto nel settore finanziario), l’economia mondiale è entrata in un periodo in cui il debito privato e le attività finanziarie si contrarranno profondamente. Siamo cioè nella prospettiva di entrare in una depressione, sebbene non in una “Grande Depressione”, come quella cioè degli anni Trenta del Novecento. Grazie infatti agli aiuti governativi all’economia e al settore finanziario (gli stimulus ed i salvataggi finanziari così abusati nel biennio appena passato), ci troveremo probabilmente in presenza di una depressione “contenuta”. Il processo di aggiustamento implicherà perciò necessariamente investimenti fissi cronicamente deboli, deboli profitti, problemi finanziari, ed una incostante, globalmente sottotono, crescita economica. Che quadro confortante… In questo scenario idilliaco sembra perciò altamente improbabile che l’enorme quantità di liquidità nel sistema inneschi spirali inflazionistiche, poiché in realtà cioè che causa propriamente l’inflazione è la velocità di circolazione della moneta, che in tale contesto tende allo zero data una domanda depressa dei consumi. Ed in effetti, contrariamente alle aspettative, in questo trimestre passato la domanda al dettaglio è calata, segno questo inequivocabile di una ripresa economica anomala e quanto mai debole. È come se ad un lago di benzina manca un cerino o una fiamma per farlo esplodere: finché non c’è, rimane così com’è.
Un’altra visione sostiene invece che ad influenzare il livello dei prezzi nel lungo periodo sia invece la quantità di moneta per un dato livello di produzione di beni e servizi. È poiché siamo in presenza di una vasta, enorme, quantità di liquidità nel sistema, rispetto invece ad un livello del ciclo economico basso con bassa produzione di beni e servizi, inevitabilmente questo si tradurrà in un’inflazione elevata. E in tale scenario non sembra plausibile un intervento della Fed o di altre banche centrali per ritirare dal sistema tutta questa liquidità, le quali temono con ciò di deprimere ulteriormente una debole ripresa, considerando anche il costo “politico” di una tale manovra. Questo scenario punta perciò a previsioni ancora più fosche per una stagflazione del sistema economico (inflazione + bassa o nulla crescita economica), come era successo alla fine degli anni Settanta del Novecento. Allegria!
In entrambi gli scenari si sottolinea comunque la bassa crescita economica, causata da una debole ed incerta ripresa del ciclo, come in effetti stiamo sperimentando. Se quindi queste sono le previsioni per la congiuntura mondiale, improntata all’economia americana, il sistema Italia ne soffrirà in realtà in misura maggiore, caratterizzato come è sempre stato da una crescita economica inferiore a quella dei suoi partners. Continuiamo a portarci addosso un deficit ed un debito pubblico pesanti come una zavorra, che non permettono di liberare risorse verso i settori trainanti dell’economia e questo governo, immancabilmente e cronicamente, è molto più interessato a risolvere situazioni personali e contingenti piuttosto che ad impegnarsi in una sana e seria politica economica di sviluppo, ormai davvero inderogabile. In questo scenario non poteva quindi che essere una boutade pre-elettorale la proposta di riforma del sistema fiscale con due sole aliquote, al 23% ed al 33%. Oltre ad essere l’ennesimo ladrocinio a favore dei ricchi e contro i meno abbienti, una sorta di Robin Hood al contrario, tale proposta è anche finanziariamente insostenibile per il nostro sistema fiscale, causando anche un considerevole aumento della pressione fiscale per quelle fasce della popolazione già deboli, che vedrebbero un aumento della loro aliquota fiscale.



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