Irap, ecco le alternative

Sabato, 7 novembre 2009 - 10:10:00

Di Ferdinando Targetti* 

Si discute molto sull’abolizione dell’Irap. Il Presidente Berlusconi ha proposto l’abolizione di questa imposta. Il Ministro Tremonti trova la cosa inopportuna. Il prof. Tabellini trova la proposta condivisibile. Io penso che sia una proposta finanziariamente irrealistica e meno efficace di altre misure più facilmente realizzabili.

Va subito chiarito che la copertura del minor gettito non può essere ricercata in un aumento delle entrate ad esempio quelle che deriveranno dallo scudo fiscale, perché la prima perdita è perpetua mentre i proventi della seconda hanno luogo una volta sola.

Secondo il prof Tabellini l’abolizione dell’Irap sarebbe invece finanziariamente sostenibile se compensata da un aumento dell’Iva. Siccome l’Irap ha una base imponibile larga e uniforme essa produce, egli argomenta, gli stessi effetti sulla competitività prezzo di un apprezzamento della moneta. Se il minor gettito dell’Irap fosse compensato da un aumento dell’Iva, imposta che grava anche sulle importazioni, si otterrebbe il risultato di avere un positivo effetto competitivo senza avere una perdita di entrate.

Secondo i dati raccolti dai bollettini statistici del dipartimento Finanze del Ministero dell'Economia, nel 2007 il gettito dell'Irap e' stato pari a 40,9 miliardi, poi a seguito della crisi nel 2008 e' stato pari a 38,1 miliardi. Nel 2007 il gettito dell’Iva è stato di 106 miliardi sulle transazioni interne e di 14 sulle importazioni.

E’ evidente che l’Iva non può essere aumentata solo sulle importazioni (altrimenti sarebbe un dazio), ma su tutti i beni e servizi il cui scambio dà origine ad un valore aggiunto. Quindi per coprire 40 miliardi di minori entrate da soppressione dell’Irap bisognerebbe aumentare mediamente l’Iva di un terzo, nell’ipotesi di una domanda inelastica al prezzo, ma in realtà bisognerebbe aumentarla di una aliquota maggiore tenuto conto che a prezzi più alti i consumatori spenderebbero di meno. Va quindi registrato l’effetto socialmente indesiderabile di una riduzione del reddito reale dei consumatori. Ma anche dal punto di vista macroeconomico l’esito non sarebbe soddisfacente.

La logica macroeconomica della proposta di abolizione dell’Irap credo che sia la seguente. Non possiamo avere fiducia dell’aumento della domanda interna italiana, dobbiamo aspettare che sia la domanda estera a tirare la produzione nazionale. Quando la domanda estera comincerà a tirare le nostre imprese dovranno trovarsi in condizione competitiva e perché ciò avvenga va ridotto il livello dei prezzi interni rispetto all’esterno, siccome non si può svalutare e siccome la dinamica della produttività italiana ristagna, vanno ridotte le tasse sulle imprese.

La sostituzione dell’Iva all’Irap quindi ridurrebbe la domanda interna delle famiglie italiane e aumenterebbe la domanda dall’estero di nostre esportazioni. Tuttavia, dal punto di vista della domanda aggregata, la prima cosa è certa, la seconda no perché le esportazioni dipendono più dalla crescita del reddito esterno che non dalla competitività prezzo e all’estero la ripresa è tutt’altro che stabile e robusta.

La strategia che a mio parere dovremmo seguire è invece esattamente all’opposto: va aumentata la domanda interna. Questo aumento si potrebbe conseguire con due provvedimenti. Da un lato con una modifica del prelievo che preveda una riduzione delle aliquote più basse dell’Irpef e un conseguente aumento del consumo delle famiglie, soprattutto le più colpite dalla crisi. La perdita di gettito andrebbe compensata con un riequilibrio delle aliquote sui redditi finanziari. Bisognerebbe aumentare le aliquote del 12,5% e diminuire quelle che sono al 27%, portarle tutte al 20% (e tassare al 20% anche i proventi dei redditi dell’abitazione che oggi sono tassati ad aliquota marginale - in genere più alta). Dall’altro la domanda interna andrebbe aumentata con la creazione di una banca delle infrastrutture. A questa banca potrebbe essere dato un fondo di dotazione all’incirca pari ai proventi dello Scudo. Lo stato dovrebbe poi consentire a questa banca di emettere titoli garantiti dallo Stato di importo triplo. Gli organi dirigenti di questa banca dovrebbero essere sganciati dalla politica e avere come obiettivo gli investimenti in infrastrutture che generino un minimo ritorno economico almeno in grado di coprire la remunerazione dei titoli emessi da questa banca a tassi vicini a quelli dei titoli di stato a lungo termine. Questo aumento del debito è altamente probabile che, in quanto finalizzato ad investimenti che stimolano la domanda e la produttività, non determini un abbassamento del rating sulla solidità della finanza pubblica italiana e che non abbia quindi rilevanti effetti sul prezzo a cui vengono emessi i titoli di stato sul mercato internazionale.

*Da nelmerito.com

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