Banche/ Patto anti Tremonti-bond. Intesa, strada in salita

Lunedì, 28 settembre 2009 - 15:31:00

Bazoli Passera

Ormai è deciso: nè Intesa nè Unicredit faranno ricorso ai Tremonti-bond. Costano molto (tasso all'8,5%) e hanno troppi paletti (i vincoli imposti dal ministero dell'Economia per consentire alle banche di aprire maggiormente i rubinetti del credito al tessuto produttivo). Sono queste le voci di mercato dell'ultima ora che Affari ha raccolto dalle sale operative di importanti Sim milanesi, alla vigilia dei due consigli di amministrazione delle due banche. Board che dovranno decidere la strada da seguire per il rafforzamento patrimoniale e l'eventuale emissione degli strumenti messi a disposizione del Tesoro.

La strada più in salità, però, sembra essere quella di Ca' de Sass. Se per Unicredit, stando agli ultimi rumor, è arrivato il via libera delle fondazioni azioniste all'aumento di capitale da quattro miliardi (Profumo, però, ha promesso in cambio un dividendo cash), un'operazione che potrebbe coinvolgere anche altri partner e, quindi, alla fine ridurre pure l'esborso delle fondazioni, Intesa sta portando a termine tutta una serie di dismissioni di asset non strategici. Mega vendite per far saltare fuori quattro miliardi da destinare al  rafforzamento del Core Tire. Soldi che potrebbero anche arrivare da un eventuale prestito ibrido decennale da 1 -1,5 miliardi (tasso fisso dell'8,5% - 9%).

"Solita frase di circostanza da banchiere abbottonato", aveva commentato qualcuno questa mattina, ascoltando le ultime dichiarazioni del presidente del consiglio di sorveglianza Giovanni Bazoli. "E' prematuro dare per scontato un esito che solo domani si conoscerà", ha affermato infatti il banchiere bresciano, riferendosi alla decisione finale del suo istituto sui Tremonti-bond. In realtà, dalle parole di Bazoli emerge tutta la difficoltà che Intesa sta incontrando per portare a termine la cessione di asset non core e mettere fieno in cascina per quattro miliardi senza ricorrere a nuovo debito (anche se il momento sui mercati è particolarmente favorevole). E a poco sono servite le rassicurazioni di Corrado Passera dei giorni scorsi secondo cui, nell'ambito della strategia di rafforzamento patrimoniale, "la cessione di Fideuram e l'emissione dei Tremonti-bond sono due cose totalmente scollegate".

Gli addetti ai lavori sanno benissimo che quella di Passera è un po' una lotta contro il tempo per non sottoscrivere i costosi strumenti messi a disposizione da Via xx settembre. Una posizione che lo pone un po' in svantaggio in ogni trattativa (giochi al ribasso) che ha come oggetto la cessione di asset non strategici. Cessioni che, secondo quanto scritto nel piano industriale 2009-2011, hanno un valore di libro di circa 9,5 miliardi.

Su Fideuram, la trattativa con Exor, la finanziaria della famiglia Agnelli, sembra saltata. E, Banco Santander a parte (anche se dalla Spagna hanno smentito), non ci sono altri compratori all'orizzonte. Primo, perché secondo molti l'intera rete di private banker è valutata troppo (è iscritta a bilancio per 2,5 mld e Passera vuole ricavarne dalla vendita almeno 3). Secondo, perché gli eventuali compratori, che si stanno ancora leccando le ferite dopo lo scoppio della crisi finanziaria, possono accalappiare i vari promotori con clienti con portafogli da 120 milioni di gestito (negli ultimi due anni trasferitisi anche ad Azimut, Mediolanum e Xelion), comprandoseli direttamente. Perché Fideuram è una rete senza sportelli.

Qualche problemino in Ca' de Sass lo stanno avendo anche con la vendita del 26,8% di Sia-Ssb, la società che gestisce i sistemi di pagamento delle banche italiane. Anche questa, vendita rrivata alle battute finali. I compratori sono i francesi di Atos (subito il 51%, poi nel tempo destinato a salire al 100%, per una valutazione complessiva di circa 370 milioni) eil fondo di private equity Bridgepoint (che proprio negli ultimi giorni ha presentato un rilancio con un'offerta migliorativa). Il valore della transazione è atteso a ridosso dei 400 milioni, molto meno dei 600 milioni da cui era partita la trattativa oltre un anno fa. E visto che i maggiori azionisti di Sia-Ssb sono proprio Intesa e Unicredit (con il 24%), i due maggiori istituti italiani dovrebbero incassare circa 100 milioni.

Resta ancora da sciogliere, secondo le indiscrezioni, un aspetto industriale non di poco conto per il compratore, ovvero la durata del futuro contratto in esclusiva con le banche italiane (si discute se tre o cinque anni). I 100 milioni che Intesa dovrebbe incassare rappresentano una piccola goccia rispetto ai 4 miliardi necessari a rafforzare il patrimonio, ma testimoniano il momento difficile che la banca guidata dal duo Passera-Bazoli sta incontrando nella faticosa operazione di dismissione degli asset.

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