Ifil-Exor/ Berta ad Affari: "E' stata fatta una manovra molto segreta"
![]() Giuseppe Berta |
Tutti assolti martedì gli imputati (Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Virgilio Marrone) del processo legato alla complessa operazione finanziaria che nel settembre del 2005 permise alla finanziaria degli Agnelli di mantenere il controllo della Fiat: "Il fatto non sussiste", per i giudici di Torino. "Se non c'è rilievo penale, meglio così", commenta Giuseppe Berta, docente di Storia contemporanea alla Bocconi, intervistato da Affaritaliani.it. Ma l'esperto di storia della Fiat aggiunge: "Certo, bisogna distinguere il fatto che non sia penalmente perseguibile dalle critiche che all'epoca furono mosse a questa operazione. E' stata fatta una manovra molto segreta".
L'INTEVISTA
"La magistratura ha rilevato che non ci sono gli estremi per un'azione penale. Certo, bisogna distinguere il fatto che non sia penalmente perseguibile dalle critiche che all'epoca furono mosse a questa operazione".
Le motivazioni non sono ancora note, ma i giudici dicono che il fatto non sussiste. La Consob dunque ne esce sconfitta?
"No. La Consob fa il suo mestiere e in quel caso riscontrò un difetto di informazione. Sono due cose diverse. Questo è il rilievo penale, quello dell'Autorità di vigilanza era amministrativo. Certamente quell'operazione aveva destato clamore".
Perché?
"L'idea che mi sono fatto a posteriori è che comunque c'erano grandi manovre sulla Fiat, che si era sentita minacciata. A raccontarmi questo restroscena fu Enrico Salza che mi aveva detto come si rilevò il rischio che in quel momento ci fosse un passaggio rilevante di capitale Fiat. La Fiat ritenne allora di dover difendere il proprio investimento e il suo ruolo di primo investitore. Quello era poi un momento in cui il destino dell'azienda era ancora incerto".
Il tutto è stato gestito da Gabetti e Grande Stevens.
"Grande Stevens è il principale avvocato d'affari di Italia. Gabetti era tornato in servizio, nonostante l'età avanzata, perché c'era un delicato passaggio di poteri. Diciamo che la cosa è stata gestita da due figure che hanno sempre avuto un ruolo di garanzia per gli Agnelli e che in quel caso, di fronte a una proprietà che non era ancora solida perché il giovane Elkann era ai primissimi passi, hanno assunto questo compito".
Un'operazione non proprio alla luce del sole.
"E' stata fatta una manovra molto segreta. E la motivazione che è stata data a me da Salza è appunto che era stato avvertito un pericolo ed era scattata un'operazione di rapidissima difesa. Certamente c'era, ricordo bene quei giorni, un senso di carenza di informazione. Però questa carenza riguardava anche coloro che insidiavano la posizione della Fiat. E questa operazione avrebbe significato in quel momento un indebolimento della capacità di sopravvivenza del gruppo".
Un'operazione del genere potrebbe verificarsi ancora nella Fiat di oggi?
"No, assolutamente. L'assetto della Fiat è completamente cambiato: ora è divisa tra auto e Fiat Industrial. Quella vicenda si colloca in un momento particolare dell'azienda in cui ci fu un vuoto di potere. E rafforzò la posizione dell'azionista di riferimento. La tempestività con cui l'operazione è stata condotta e il fatto che è stata condotta nella maniera più coperta possibile certamente ha dato luogo a questa incertezza informativa e al procedimento della Consob. Se oggi non c'è rilievo penale, meglio così".
Le piace questa sentenza?
"Non giudico le sentenze, le registro. Io all'epoca ero tra quelli che si espresse criticamente su questa operazione. Avevo avuto dubbi sul fatto che il mercato avesse avuto le informazioni necessarie. E avevo ripreso anche il giudizio dell'Economist. Ma una cosa è dire che vogliamo tutti un mercato più trasparente possibile e altra è dire che quell'azione ha un rilievo penale. Certo devo dire che auspico che la trasparenza di mercato cresca, soprattutto per questo tipo di operazioni".



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