Fotovoltaico/ Le aziende europee guardano al mercato cinese per la vendita di pannelli fotovoltaici di alta qualità
La Cina e i suoi prodotti fanno generalmente paura alle imprese occidentali per il minor costo di produzione che consente politiche commerciali particolarmente aggressive. Lo hanno imparato a loro spese migliaia, forse milioni, di lavoratori che in Europa e negli Stati Uniti hanno visto la propria azienda costretta a chiudere o a trasferire le proprie attività produttive in paesi emergenti per cercare di restare competitivi rispetto ai concorrenti dagli occhi a mandorla. Ma non è detto che quella sul prezzo sia l'unica strategia concorrenziale possibile, anzi: tutto sta a individuare il settore in cui sono altre le componenti competitive strategiche.
Secondo molti esperti uno dei campi più promettenti, in questo senso, è quello delle energie rinnovabili, tanto che le aziende europee potrebbero nei prossimi anni "invadere" il mercato cinese e conquistare posizioni di leadership ai danni dei concorrenti locali, i cui prodotti sono sì meno costosi ma anche molto meno tecnologicamente avanzati. Il che pare particolarmente vero nel campo dei pannelli solari: mentre l'eolico ha bisogno del sostegno dei singoli stati per svilupparsi e non è una tecnologia a cui il mercato retail possa avere facilmente accesso, nel caso dei pannelli solari anche le famiglie singolarmente possono essere interessate all'acquisto.
Il che rende un paese come la Cina, con una popolazione di oltre 1,3 miliardi di individui e almeno una dozzina di città sopra il milione di abitanti, un mercato molto interessante rispetto alla più matura, anche demograficamente, Europa. E per quanto a livello di volumi la Cina abbia la maggiore produzione al mondo di pannelli fotovoltaici realizzando circa il 30% della produzione mondiale, il vecchio continente resta non del tutto accessibile alla produzione cinese per motivi climatici (i pannelli cinesi, meno costosi ma anche meno tecnologicamente performanti, non riescono a funzionare perfettamente in paesi dal clima come la Germania o la Danimarca), mentre per le aziende europee questo non è altrettanto vero.
Anzi, per una volta il fatto di dipendere largamente dalle esportazioni in paesi come l'Italia, la Grecia o la Spagna (oltre che la stessa Germania) rende i grandi produttori cinesi come Suntech Power Holdings e Yingli esposte al rischio che un ulteriore rallentamento economico o tagli dei sussidi come quelli decisi da Germania e Italia recentemente (ma altri paesi potrebbero presto imitare la decisione, stante le misure di austerity che tutti i governi europei stanno varando in questi mesi) possa riflettersi in un rapido peggioramento dei loro bilanci.
Nel frattempo in Cina il governo ha deciso di varare una serie di misure che stanno riducendo da qualche trimestre la rapidità di crescita dell'economia: in gran parte si tratta di misure atte a prevenire una crescita dell'inflazione e la possibile esplosione della bolla speculativa sul settore immobiliare, ma in parte dipendono anche dalla decisione di Pechino di cercare di rispettare il proprio piano economico quinquennale che prevede un drastico efficientamento energetico delle proprie aziende.
Fabbriche e miniere vengono insomma chiuse anche per dar tempo agli impianti di adeguarsi alle nuove normative in materia di energia e ambiente e questo potrebbe portare ad un'ulteriore crescita della domanda di pannelli fotovoltaici, domanda finora rimasta largamente indietro rispetto all'offerta da parte dei produttori nazionali. Sembrerebbero le condizioni ideali per provare, da parte delle aziende europee, una riscossa che potrebbe anche dare un primo importante segnale del fatto che la globalizzazione, alla lunga, porta vantaggi a tutti, anche a quei paesi che inizialmente l'hanno dovuta subire.
Luca Spoldi



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