Fondi comuni/ La raccolta di febbraio chiude in rosso, il patrimonio regge. Tante le richieste sul tappeto
Il settore del risparmio gestito italiano torna a perdere colpi: secondo i dati resi noti stamane da Assogestioni a febbraio i riscatti sono risultati nuovamente superiori alle sottoscrizioni tanto che il sistema fondi ha chiuso il mese con una raccolta netta negativa pari a 456 milioni di euro. Il che significa, probabilmente, nervi a fior di pelle per le reti, che in questi anni hanno visto assottigliarsi continuamente il numero di professionisti attivi (l’anno scorso il numero di promotori finanziari si è ridotto di circa altre 800 unità) e che da un decennio a questa parte salvo brevi parentesi hanno visto costantemente in calo il giro d’affari a fronte di una crescente pressione competitiva.
Se i promotori piangono, le società di gestione almeno in parte possono sorridere, visto che nonostante il risultato negativo della raccolta il patrimonio in gestione è in crescita attono a quota 434 miliardi. Nel corso del mese di febbraio gli investitori hanno scelto di affidare i loro risparmi ai gestori di fondi obbligazionari (+1.097 milioni di euro di raccolta netta), bilanciati (+535 milioni) e flessibili (+541 milioni), mentre hanno complessivamente disinvestito dai fondi di liquidità (-2.396 milioni) e dagli azionari (-232 milioni). Stabili i fondi hedge (-1 milioni).
Tra prodotti di diritto italiano ed estero i primi continuano a perdere quota (-1.958 milioni), i secondi a guadagnarne (+1.501 milioni) e lo stesso succede tra gruppi italiani (-610 milioni) ed esteri (+154 milioni), a conferma che prosegue il rigiro delle posizioni su strumenti fiscalmente più vantaggiosi. Uno scenario complesso, dunque, di cui non potrà non tener conto la prossima riforma del settore. Una riforma di cui da tempo si sente la necessità e non solo in Italia, visto che secondo un recente studio di Morningstar anche i grandi gestori americani hanno bruciato centinaia di miliardi di risparmi nel primo decennio del XXI secolo.
Una debacle che non ha risparmiato grandi nomi come Janus Capital Group, che ha bruciato circa 58,4 miliardi di dollari di valore dal 2000 al 2009, pari ad un rendimento complessivo ponderato negativo per l’1% su base annua, di AllianceBernstein Holdings (11,4 miliardi bruciati nel decennio) e di Invesco Aim (una controllata del gruppo Invesco, che ha distrutto 10,1 miliardi). A livello di categoria la peggiore del decennio scorso è stata quella dei fondi investiti in azioni tecnologiche e a crescita (62,8 miliardi bruciati) e tra questi quelli che hanno puntato su titoli a crescita di grande capitalizzazione (107,6 miliardi persi).
Così mentre i promotori premono perché si arrivi a una riorganizzazione del settore sulla base di nuovi modelli e criticano ormai apertamente la figura dei manager di rete, nonché l’attuale sistema di retribuzioni (chiedendo l’introduzione di un minimo garantito o in alternativa una compartecipazione agli utili generati dalle commissioni di gestione), le società di gestione cercano di trovare nuovi temi operativi su cui puntare per recuperare il terreno perduto e il top management di molti gruppi sembra scommettere sul ruolo crescente che avrà la consulenza nel tentativo di rilancio del settore. Crisi e fiscalità permettendo, ovviamente.
Luca Spoldi



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