American dream, c'era una volta la via finanziaria

Lunedì, 3 agosto 2009 - 10:44:00

Oppure i paesi petroliferi che accumulavano riserve a più non posso? Qualcuno, a cominciare da Ben Bernanke, parlò di savings glut, abbondanza di risparmio a livello mondiale. I paesi in surplus erano ben lieti di  questa situazione che li vedeva accumulare crediti nei confronti degli Stati Uniti e degli altri paesi industrializzati. Si tratta dei paesi produttori di petrolio, del Giappone, anche della Cina che riesce nel miracolo di conciliare una crescita a due cifre con un surplus impressionante. E’ il loro biglietto di ingresso nel club delle potenze mondiali. Tutti contenti dunque: la prova è data dal fatto che almeno fino a quando è durata la bolla azionaria, il dollaro ha continuato a rivalutarsi, nonostante l’ampliamento del suo deficit estero.

Un risultato anomalo: come può un bene (in questo caso il biglietto verde) aumentare di prezzo quando la sua offerta cresce? La risposta dell’economista è semplice: perché si era spostata la curva di domanda, nel nostro caso perché gli investitori internazionali erano disposti a chiedere più dollari ad un prezzo superiore. Anche gli investitori esteri erano irretiti dai fantastici guadagni che la borsa americana (e in genere la finanza americana) sembra in grado di offrire. Per gli Stati Uniti questo ha significato davvero avere la botte piena e la moglie ubriaca. E non a caso è il periodo di massima popolarità di Alan Greenspan, in patria e all’estero. Ogni volta che prende la parola, tutti pendono dalle sue labbra e cercano di intuire le sue intenzioni: continuerà la politica americana ad essere “amica di Wall Street” e alimentare la crescita dei corsi di borsa?

Le parole di Greenspan per la verità sono più difficili da decifrare dell’oracolo di Delfi, ma alla fine le scelte della Fed sono quelle che il mercato vuole. E il processo di beatificazione del banchiere centrale americano (Maestro – in italiano nel testo – in una famosa biografia) diviene un plebiscito popolare. In quei tempi il mercato azionario sembra davvero l’albero dagli zecchini d’oro. Il cittadino medio magari non vede aumentare il suo stipendio, ma vede crescere il valore delle sue azioni e in particolare il saldo dello speciale conto in cui gli americani investono per la pensione, dato che negli Stati Uniti la previdenza è in gran parte privatistica e individuale. La straordinaria crescita dei valori azionari negli anni Novanta dispensa a piene mani euforia e benessere, anche se di carta. Nei primi cinque anni del decennio l’indice Dow Jones aumenta del 33 per cento e nella seconda parte addirittura del 180 per cento. Nel Nasdaq, il mercato dei titoli tecnologici, gli incrementi erano ancora più favolosi.

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