American dream, c'era una volta la via finanziaria
Il terreno ideale per far crescere le tre grandi bolle speculative degli ultimi anni: quella delle azioni (in particolare tecnologiche); quella delle fusioni e acquisizioni (la cosidetta merger-mania); quella delle case. Di ciascuna di queste tre bolle parleremo più avanti. Per ora, la questione cruciale è capire quali sono le motivazioni di un uso così deciso della leva monetaria. La risposta sta nell’impulso che una politica di denaro a buon mercato ha dato all’espansione dei consumi delle famiglie americane anche oltre i limiti del reddito corrente grazie soprattutto al continuo aumento dei loro debiti con le banche.
La straordinaria crescita dell’economia americana degli ultimi venti anni è avvenuta in un contesto generale di salari sostanzialmente fermi in termini di potere d’acquisto e di forte aumento nelle disuguaglianze nella distribuzione del reddito e, ancora di più della ricchezza. Come conciliare reddito costante (soprattutto per larghi strati della popolazione) e consumi crescenti? Ma con il credito, si capisce. E dunque alle banche è stata aperta una prateria, in cui si sono buttate come ai tempi della conquista dei territori del West. Grazie al credito molte famiglie americane hanno consumato più di quanto guadagnassero, in parole povere hanno vissuto al disopra dei propri mezzi e hanno mutato radicalmente la loro posizione rispetto al sistema finanziario.
Prima risparmiavano (dunque non consumavano) per i tempi futuri e investivano in depositi bancari, obbligazioni, azioni, quote di fondi comuni. A loro volta, questi strumenti servivano a finanziare gli investimenti e il deficit pubblico. Nell’era Greenspan si indebitavano per consumare, cioè il loro risparmio è diventato negativo, in quanto consumano più del reddito disponibile. Come conseguenza, gli Stati Uniti nel loro insieme hanno vissuto per oltre dieci anni al di sopra dei propri mezzi, consumando più di quanto producevano. Per un paese nel suo complesso, l’eccesso di consumi sul reddito si registra nella bilancia dei pagamenti, cioè nei conti con il resto del mondo, nella parte definita saldo di parte corrente (la differenza fra importazioni ed esportazioni di beni e servizi). Gli Stati Uniti hanno registrato deficit in quasi tutti gli ultimi venti anni; nei tempi più recenti erano arrivati al 6-7 per cento del loro Pil.
Deficit nazionali così elevati e così persistenti non sono fisiologici. Non a caso, le autorità internazionali consideravano la situazione degli Stati Uniti come uno dei principali fattori di squilibrio finanziario. Ma vi era la fiducia che il meccanismo potesse reggere proprio grazie alla globalizzazione che consentiva di attingere il risparmio da ogni angolo del mondo. Perché preoccuparsi se le classi medio-basse americane non risparmiavano più e si caricavano di debiti quando c’erano i cinesi che riuscivano a conciliare tassi di crescita a due cifre con una propensione al risparmio da formichine prudenti?



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