Analisi/ Scajola chiede l'impossibile: coinvolga l'Europa per un piano che non penalizzi solo l'Italia
Di Aldo Turinetto - Advisor in Politiche e Sistemi di Comunicazione
Comunque si concluderà, il tentativo della Fiat di Sergio Marchionne di dare vita (insieme a Chrysler e Opel) al secondo polo automobilistico internazionale avrà avuto il merito di evidenziare ciò che le economie dei Paesi più industrializzati hanno finora fatto finta di non vedere. E che ufficialmente non hanno mai ammesso o denunciato. Il fatto che il numero di autovetture complessivamente prodotte (circa novantaquattro milioni) superi di gran lunga quello delle autovetture complessivamente assorbite dal mercato (pari a circa sessantacinque milioni).
Crisi o non crisi, è chiaro che uno squilibrio di queste proporzioni non sia più sostenibile. Indipendentemente dal fatto che si producano auto di maggiore o minore dimensione o di maggiore o minore impatto energetico e ambientale.
Più la si esamina questa situazione più sembra assomigliare a quella relativa alla crisi siderurgica degli anni ’80. Una crisi che, come è noto, almeno in Europa obbligò i Paesi membri ad operare pesanti tagli di capacità produttiva. A fronte dei quali eventualmente anche concedere aiuti di Stato in deroga ai principi della libera concorrenza. Si trattò all’epoca di un sacrificio collettivo, più o meno equamente ripartito tra impianti insediati in diversi territori europei.
In assenza di quell’approccio, al quale sarebbe bene che qualche Governo europeo facesse prima o poi riferimento, l’inevitabile razionalizzazione della industria automobilistica del Vecchio Continente non soltanto si aggraverà ma scatenerà anche una progressiva e devastante guerra tra poveri. Come peraltro sta già avvenendo.
Mi auguro che sarà il nostro Governo a sollevare il problema nelle sedi competenti. Prima Europee e poi nell’ambito dei prossimi lavori del G8 e del G20 (alla ricerca di potenziali consumi aggiuntivi). Il non farlo significherebbe rivelarsi insensibile all’epilogo di una questione che riguarda , direttamente e indirettamente, circa un milione di nostri posti di lavoro. Oltrechè persistere nel mantenimento di una posizione a dir poco singolare. Quella di aver delegato interamente alla Fiat la gestione dei rapporti con il Governo tedesco.



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