Fiat/ Per contendere a Yaki il governo dell’impero servono non meno di 500 milioni di euro

Martedì, 25 agosto 2009 - 16:15:00

La diatriba scoppiata in casa Agnelli attorno all’eredità dell’Avvocato non ha solo ridestato l’interesse dell’Agenzia delle Entrate, che sospetta una possibile evasione fiscale quantificabile attorno al miliardo di euro, ma ha anche riacceso un mai del tutto sopito interesse per chi comandi realmente in casa Fiat. Una domanda che per ora non può che avere una risposta, Yaki Elkann, “l’erede designato” che attraverso una serie di scatole finanziarie siede ai vertici dell’impero.

Se a livello operativo la struttura “dinastica” del capitalismo familiare italiano ha storicamente favorito i figli maschi primogeniti, salvo temporanee reggenze manageriali (prima fra tutte quella di Vittorio Valletta, chiamato in Fiat nel 1921 dal fondatore, Giovanni Agnelli, e rimastovi fino al 1966 prima di passare lo “scettro” proprio a Giovanni II, l’Avvocato), a livello di azionariato una fitta rete di società in accomandita, holding, trust e veicoli finanziari ha negli anni complicato il quadro relativo al controllo di fatto e di diritto del gruppo.

Stando ai dati ufficiali della Consob attualmente il 30,419% di Fiat è in mano alla Giovanni Agnelli & C. Sapa (l’accomandita di famiglia), attraverso la holding Exor Spa (nata dalla fusione tra Ifil e Ifi). A questa quota va sommato un ulteriore 3,226% di azioni proprie che Fiat stessa detiene. Il resto, ossia il 66,335% è distribuito tra una miriade di investitori piccoli e grandi, fondi, gestioni patrimoniali e intermediari finanziari vari, tra i quali spiccano la Capital Research and Management Company (che gestisce, tra gli altri, il fondo EuroPacific Growth Fund che detiene da solo il 2,057%), titolare nel complesso del 4,771%, e la Fmr Llc, titolare di un ulteriore 2,185%.

Il vero azionista di controllo di Fiat, dunque, non diversamente dai principali gruppi industriali italiani, è di diritto il pubblico indistinto degli investitori. Tuttavia in un mercato dove ancora le azioni più che contarsi si “pesano” è evidentemente la quota in mano alla famiglia Agnelli quella a cui guardare per capire se il bastone del comando “di fatto” sia stabilmente in mano a John Elkan o meno.

Nella Giovanni Agnelli & C. Sapa, che possiede un 1,8% di azioni proprie, sono presenti un centinaio di azionisti, discendenti di due “rami” principali: il primo è quello degli eredi di Edoardo Agnelli e Virginia Bourbon Del Monte di San Faustino, ovvero Clara Agnelli Nuvoletti (2,2%), Cristiana Agnelli Brandolini (6%), Maria Sole Agnelli Teodorani (10,4%), gli eredi di Susanna Agnelli Rattazzi (7%), gli eredi di Umberto Agnelli (9,4%) e gli eredi di Giovanni Agnelli (30,3%). Il secondo ramo è quello degli eredi di Carlo Nasi e Aniceta Agnelli, ovvero Clara Nasi Ferrero de Gubernatis Ventimiglia (col 9,3%), gli eredi di Emanuele Nasi (3,9%), gli eredi di Laura Nasi Camerana (9,7%) e gli eredi di Giovanni Nasi (10%).

Il passaggio “mortis causa” dalla terza (di fatto la seconda a livello gestionale) alla quarta generazione complica ulteriormente le cose dato che occorre verificare in base a quali decisioni testamentali vengono di volta in volta suddivise la quota tra i vari eredi della generazione dell’Avvocato.
 
Anche perché, come scrive Marco Ferrante in Casa Agnelli parlando di Giovanni Agnelli, “i fratelli e i cugini della sua generazione lo hanno subito come il titolare del maggiorasco” e “i nipoti, salvo rare eccezioni, lo ammiravano e sono stati tenuti a distanza”, in un rapporto che poco aveva a che spartire con l’affetto e molto con gli interessi, dato che Giovanni Agnelli “nel complesso tenne i parenti sotto ipoteca per tutta la vita”, facendoli vivere bene economicamente “ma tenendoli ai margini dell’impresa e assoggettandoli al fascino della regalità che anch’essi subirono proprio come gli altri”.

Un rapporto di sudditanza che non è esattamente quello che governa Yaki, come il braccio di ferro aperto dalla madre Margherita contro il resto della casata ha ampiamente dimostrato. Dopo la morte di Giovanni Agnelli, nel 2003, l’azionariato dello “scrigno degli scrigni”, la Dicembre ss (cui fa capo il 30,3% della Agnelli & C. Sapa e tramite questa, di fatto, il controllo su tutto il gruppo Fiat), vide una ripartizione perfetta (33,33% a testa) tra Marella Caracciolo, vedova dell’avvocato, Margherita, sua figlia, e Yaki. 

A questo punto avvenne il passaggio decisivo che ha garantito la successione tra nonno e nipote: la donazione del 25,4% da Marella a John, salito così al 58,7%. Nel marzo dell’anno successivo, dopo una ricapitalizzazione della Dicembre cui aveva preso parte, Margherita ha ceduto il proprio 33,33% alla madre (risalita così al 41,3%), uscendo altresì dalla Giovanni Agnelli & C. Sapa e rinunciando per sempre alla futura eredità di Marella.

Tutto stabilito, dunque? Quasi: un “ribaltone” in casa Agnelli potrebbe passare unicamente da un cambio di alleanze in seno all’accomandita, ma il fatto per ora appare improbabile. John pur non avendo la forza e il carisma del nonno gode di buone intese con Edoardo Umberto Teodorani Fabbri (uno dei cinque figli di Maria Sole Agnelli) , con Lupo Rattazzi (uno dei sei figli della recentemente scomparsa Susanna Agnelli e di Urbano Rattazzi), con Tiberto (Ruy) Brandolini (uno dei quattro figli di Cristiana Agnelli e Brando Brandolini d’Adda) e con Alessandro Nasi (uno dei sei eredi di ultima generazione del ramo di Giovanni Nasi).

Vale a dire che al meno un altro 4%-5% della Giovanni Agnelli & C. Sapa è con John, ma probabilmente molto di più, almeno fino a che le cose, anche grazie all’opera di amministratori come Sergio Marchionne, sembreranno andare per il meglio e questo indipendentemente dal fatto che Fiat resti un’azienda a controllo familiare, ne venga ceduto il controllo o divenga una public company (nel caso di clamorose novità provenienti da Opel e di una ripresa del progetto “Fenice”). Certo, in caso di un prolungamento oltre le previsioni della crisi e pertanto di un nuovo, prolungato, “stop” al flusso di dividendi qualcuno potrebbe decidere di rivedere i termini della questione.

Magari Andrea Agnelli, figlio di Umberto e Allegra Caracciolo (sorella di Marella) e unico erede maschio a portare ancora il cognome di famiglia. O Lapo Elkann, fratello di Jaky per alcuni estromesso troppo bruscamente dall’azienda e che potrebbe un domani tentare un clamoroso rientro anche in seno all’accomandita. Per il momento queste appaiono solo ipotesi prive di ogni concreto fondamento, anche perché superare una quota di riferimento di oltre un terzo del capitale dell’accomandita richiederebbe, ai valori attuali, un investimento di non meno di 500-600 milioni di euro. Soldi che né Andrea né Lapo sembrano poter mettere sul piatto, salvo la discesa in campo di qualche alleato esterno alla famiglia.

Luca Spoldi

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