Fiat/ L’Economist promuove la “nuova” Fiat di Marchionne e Elkann che ha messo le mani sul marchio Jeep
L’Economist plaude alla Fiat di John Elkann, da meno di 48 ore neopresidente del gruppo torinese che da qui a fine anno, come annunciato ieri dall’amministratore delegato Sergio Marchionne, separerà le attività auto (e le partecipazioni finanziarie, oltre al controllo del quotidiano La Stampa) dalle altre attività industriali (Iveco, Cnh, Magneti Marelli e Comau) non legate all’automobile.
Una mossa apprezzata soprattutto dagli analisti finanziari in quanto in grado di liberare valore eliminando lo “sconto holding”, ma che incontra anche il convinto appoggio del notista del celebre settimanale britannico, nel cui consiglio di amministrazione siede peraltro lo stesso nipote dell’Avvocato, che oltre ad essere presidente di Exor (la holding di famiglia), lo è anche di Itedi e della Editrice La Stampa, mentre è consigliere di amministrazione di Rcs Mediagroup e Le Monde.
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Mr Elkann piace all’Economist perché “ha supportato costantemente Sergio Marchionne nel suo sforzo per trasformare il business automobilistico, sottodimensionato, di Fiat”, uno sforzo che ha già colto un primo importante obiettivo a sorpresa: il ritorno all’utile operativo (143 milioni di dollari nel primo trimestre dell’anno) da parte di Chrysler, il cui indebitamento si è nel frattempo più che dimezzato passando da 8 a 3,8 miliardi di dollari.
Numeri che consentiranno di superare facilmente “le poco impegnative milestone” concordate con l’amministrazione Obama al momento dell’ingresso di Fiat nel gigante moribondo di Detroit, consentendo al gruppo di Torino di salire al 35% del capitale del produttore Usa, anche se una punta di rimpianto deve essere rimasta per aver fallito l’aggancio a Opel/Vaxhaul (controllata europea di GM inizialmente messa in vendita e poi mantenuta all’interno del colosso americano).
“A differenza di altre dinastie di produttori automobilistici europei come i Peugeot o i Quandt (Bmw)” il 34 neo presidente di Fiat “appare più interessato a sbloccare il valore che a mantenere il controllo di famiglia” sull’azienda, loda l’articolista britannico. Marchionne, ricorda, ha espresso più volte la convinzione che scorporare in Fiat Industrial le attività industriali non auto (che pesano per circa il 35% delle vendite del gruppo) consentirà di dare maggiore visibilità a tali business, mentre “Fiat Auto, che rimarrà all’interno della holding, sarà libera di crescere ulteriormente di dimensioni attraverso fusioni e alleanze con altri produttori d’auto e di raccogliere mezzi freschi”.
L’altro lato della medaglia è che l’attenzione agli sforzi per rilanciare Chrysler non diminuirà nonostante le sorprese positive di queste ultime ore. “L’obiettivo di raggiungere una quota di mercato del 14% in un mercato brutale come quello americano entro il 2014, rispetto all’attuale 9%, sembra estremamente ottimistica”, specie con “pochi veicoli realmente nuovi destinati a vedere la luce prima del 2013”. Come molti dubbi restano, aggiunge l’Economist, sulla capacità di un produttore storicamente specializzato in auto di piccole dimensioni come Fiat di rimettere in carreggiata un gruppo come Chrysler, le cui vendite storicamente sono state legate ai veicoli come il minivan Voyager o il Suv Grand Cherokee, senza i quali eredi sarà difficile vincere la battaglia.
Tuttavia, conclude l’articolista, “anche se Marchionne non dovesse riuscire nell’impresa, Fiat otterrà qualcosa di valore, il marchio Jeep e un rientro a prezzi scontati nel mercato nord americano per Fiat e Alfa Romeo, utilizzando quanto resta della rete distributiva e degli impianti produttivi di Chrysler”. Quel che resta “difficile da dire è se questo sarà sufficiente a giustificare lo spin-off dell’auto”. Ossia, detta in altri termini, se Fiat-Chrysler raggiungeranno una massa e una redditività tale da poter continuare anche in futuro a recitare un ruolo indipendente, senza finire a loro volta sotto il controllo di qualche altro gruppo.
Luca Spoldi



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