Elezioni Usa/ Da Wal-Mart all'energia: ecco chi vince e chi perde a Wall Street
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Quest’anno una premessa pare necessaria: indipendentemente da chi vincerà (anzi, con quale margine vinceranno i Repubblicani, dati in testa in ogni sondaggio) il “nuovo” Congresso si troverà ad affrontare gli stessi problemi che ha dovuto affrontare il Congresso che ha dovuto collaborare con il presidente repubblicano George W. Bush negli ultimi mesi del suo mandato e dopo con il democratico Barack Obama.
Tanto che sia Democratici sia Repubblicani sono d’accordo per estendere i tagli fiscali lanciati da Bush e rinnovati da Obama (il problema è a chi garantire tali tagli, se indistintamente o entro un tetto massimo di reddito individuale o familiare), così come sono d’accordo nel non rinnovare così come sono strutturate ora le agevolazioni fiscali sulla casa (anche qui le differenze stanno nel tipo di limiti che ciascuno schieramento vorrebbe introdurre) ed entrambi i partiti hanno molti dubbi sull’estensione degli ammortizzatori sociali per chi ha perso il lavoro (il problema qui è come riuscire a coprire tale spesa) così come difficilmente ci saranno proposte di modifica drastica del sistema sanitario e del programma Medicare.
Ciò nonostante, specie in caso di risultati clamorosi e quindi imprevisti e non ancora nei prezzi (come è invece una maggioranza Repubblicana alla Camera e una debole maggioranza Democratica al Senato) è possibile che per qualche giorno o settimana i temi operativi più che riguardare i conti di singole aziende, come in questi giorni durante la stagione delle trimestrali, o l’impatto dei dati macroeconomici, si definiscano a livello settoriale.
E dunque i moderni aruspici della grande stampa finanziaria mondiale (e di qualche banca d’affari) scommettono su reazioni positive, in caso di ampia vittoria Repubblicana, da parte dei titoli petroliferi come Exxon Mobil, ma anche Chesapeake Energy, Southwestern Energy e Range Resourcesm, mentre qualche problema potrebbero avercelo le aziende più legate al carbone come Duke Energy, American Electric Power e Southern Company.
Molto bene potrebbero fare anche alcuni titoli legati al settore sanitario come UnitedHealth Group, Aetna o WellPoint (ma già ora qualcuno consiglia, nel caso, di vendere su rialzi superiori al 10% in vista di un successivo storno dei prezzi), oltre che i grandi gruppi farmaceutici come Pfizer o Merck.
Possibili guadagni in vista anche per i player dell’istruzione privata quotati a Wall Street come Apollo Group e ITT Educational Services, società messe sotto torchio da Obama perché accusate di badare più ai loro profitti che all’istruzione degli studenti.
Nella grande distribuzione il fervore anti-sindacale dei Repubblicani potrebbe dare una mano a Wal-Mart, che teme l’introduzione della “card check” che renderebbe invece più semplice ai propri dipendenti iscriversi a un sindacato che ne tuteli i diritti. Ovviamente un’insperata vittoria dei Democratici potrebbe ribaltare tutte le attese penalizzando a breve questi stessi settori e titoli, ma anche in questo caso gli esperti son già pronti e consigliano di investire in caso di marcati ribassi.
La politica, anche in America, è l’arte di accontentare un po’ tutti e quindi cambiamenti drastici e colpi di mani non paiono in vista, tanto più in un momento di crisi come quella attuale in cui quasi un americano su dieci resta senza lavoro e sempre più famiglie si trovano a fronteggiare il rischio di vedersi pignorata e messa all’asta la casa. Quanto basta per mantenere ampio il divario tra Wall Street e “main street”, inducendo i politici, indipendentemente dal colore e dalle sovvenzioni ricevute, a tenerne conto.
Luca Spoldi



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