Paura-deficit/ Il timore dell’effetto-domino può costare da 1 a 4 miliardi di euro al Tesoro italiano
La crisi del debito ed in particolare i timori di un effetto-domino che dalla Grecia possa coinvolgere altri paesi “periferici” dell’Ue, come Spagna, Portogallo e Italia (nonché Irlanda e Islanda) fa paura, nonostante le rassicurazioni che gli analisti continuano a ribadire circa il fatto che il piano di rientro di Atene oltre che severo è sostenibile e che, in realtà, l’ipotesi di un default “stile Argentina” non ha semplicemente senso.
Scottati da una crisi finanziaria rapida e violenta come da decenni non si vedevano agli investitori in questo momento non importa fare filosofia e così gli ordini in arrivo sui principali listini, in America, Asia o Europa, sono solo in vendita con pochissime eccezioni a livello di singolo titolo. Risultato: la crisi, riaccesasi dopo il fallimento di un’asta da 200 milioni di euro di titoli di stato portoghesi in settimana, è già costata oltre il 5% in un paio di sedute sui principali listini azionari mondiali, ossia circa 240-250 miliardi di euro di capitalizzazione.
Ma se nell’immediato la fuga dall’azionario sembra favorire i titoli di stato su cui si parcheggiano temporaneamente i flussi in uscita dai listini in cerca di un “porto sicuro”, a pagare le conseguenze maggiori potrebbero essere proprio i bond. Stamani, ad esempio, i Cds (credit default swap, ossia i contratti attraverso i quali coprirsi dal rischio di fallimento dell’emittente, ndr) della Grecia sfiorano il 4,45% dal 4,27% di ieri.
Nel caso del Portogallo il costo dei Cds sale al 2,38% dal 2,295% mentre per la Spagna stamane siamo all’1,82% contro l’17% della vigilia. Della crisi risente anche il debito italiano, i cui Cds stamane oscillano sull’1,60% contro l’1,55% della chiusura di ieri, già in crescita rispetto alle sedute precedente quando stazionavano attorno all’1,25%-1,30%.
Per l’Italia, che a fine gennaio aveva in circolazione 178,3 miliardi di euro di Bot, 92,67 miliardi di Btp, 44,95 miliardi di Cct e 24,48 miliardi di Ctz con scadenza entro fine anno, a fronte di un totale di 1.472.851,63 milioni di euro di debito complessivo (la cui vita media è di 7,05 anni) ciò significa un rischio potenziale, se l’aumento del costo dei Cds si traducesse in un analogo incremento dei rendimenti (attorno allo 0,30%) sull’intero debito pubblico, una potenziale maggiore spesa per interessi di oltre 4 miliardi di euro.
Ovvero, tenendo conto solo del debito da rinnovare entro l’anno, in circa un miliardo di euro di maggiori rendimenti da garantire agli investitori nel corso del 2010. E mentre la capitalizzazione di borsa può salire o scendere senza che questo comporti concretamente un esborso di cassa per le singole aziende, se le tensioni sul debito non rientreranno al più presto i maggiori oneri si riverbereranno sia sui conti pubblici nella misura sopra ricordata (ovvero in modo ancora più accentuato se la crisi peggiorasse), sia in quelli delle singole aziende intenzionate a reperire capitali grazie all’emissione di corporate bond.
Così oltre al rischio di nuove manovre pubbliche, i cui effetti sulla fragile ripresa economica sono facilmente intuibili, la corsa all’emissione di bond aziendali potrebbe venire bruscamente interrotta. Per la scarsa soddisfazione tanto degli emittenti, che vedranno inaridirsi una delle poche fonti di finanziamento riattivatesi in questi mesi, sia degli investitori, che speravano di aver trovato il modo di ottenere rendimenti più interessanti di quelli dei titoli di stato, ancora vicini ai minimi storici, sia pure al prezzo di un più o meno contenuto aumento del rischio.
Luca Spoldi



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