Dopo la crisi/ Le aziende italiane reggono, ma lo spirito d’impresa si va affievolendo: pesa timore fallimento

Mercoledì, 28 ottobre 2009 - 14:00:00

Solo Belgio, Danimarca e Germania fanno peggio dell’Italia, mentre tra i paesi di dimensioni comparabili col Belpaese la Spagna si attesta al 7%, il Regno Unito al 5,9% e la Francia al 5,6%. È dal 2003, spiegano gli esperti, che l’Italia ottiene un risultato inferiore alla media nel parametro che misura la creazione di nuove imprese e sebbene la percentuale di adulti italiani che ritiene di essere qualificato per avviare un’impresa (35%) non si discosti molto da quella degli altri paesi avanzati (39%), il tutto si traduce in una bassa percentuale di individui che intendono avviare un’impresa nei prossimi tre anni (7%).

La incertezze che bloccano i potenziali imprenditori italiani paiono legate al timore di fallire, “ad indicare che nel Vecchio Continente esiste ancora uno stigma piuttosto forte nei riguardi di chi è costretto a chiudere un’attività”. In realtà, spiegano gli esperti, la frequenza di chiusura di attività imprenditoriali è correlata alla frequenza di apertura e in Italia risulta molto bassa: nel 2008 tali episodi hanno riguardato appena l’1,8% della popolazione adulta.

In compenso, il “neoimprenditore-tipo” italiano, solitamente maschio (gli uomini sono il doppio delle donne), residente nel Nord Italia (48,2%, contro il 17,5% del Centro e il 34,2% del Sud e isole), tra i 24 e i 35 anni (nel 43% dei casi) e laureato (l’incidenza di neoimprenditori tra i laureati è due volte e mezza quella di chi non ha completato le scuole superiori e il doppio di quella di chi ha un diploma di scuola secondaria), tende a lanciarsi in una avventura imprenditoriale “per sfruttare un’opportunità anziché per necessità”, visto che solo un’impresa su sei avviate per perseguire un’opportunità di mercato viene lanciata perché l’imprenditore non vede altre possibilità di ottenere un reddito.

Quanto emerge dal rapporto, sintetizza Samuel Pengel (country  manager di Atradius per l’talia) “conferma che la crisi economica ha lasciato un’eredità difficile da gestire. I percorsi di crescita delle imprese sono diventati più complessi e le relative opportunità di sviluppo sono state ridimensionate dagli eventi che hanno interessato i sistemi economici”. Insomma, al di là degli slogan fare impresa oggi “significa avere precise strategie per operare in questi nuovi scenari”.

Luca Spoldi

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