Crisi del debito/ Fmi: il costo della crisi è di 300 miliardi di euro. Servono ricapitalizzazioni e riforme
Le banche europee avrebbero fino a 300 miliardi di euro di crediti “a rischio” a causa della crisi del debito sovrano, secondo quando scrivono gli esperti del Fondo monetario internazionale (Fmi) nell’ultimo Global Financial Stability Report reso noto oggi. Ad un impatto “diretto” di circa 200 miliardi, infatti, dall’inizio della crisi le banche del vecchio rischiano di dover sommare secondo gli esperti altri 100 miliardi legati ai minori prezzi degli asset bancari che hanno comportato un incremento dei rischi sul credito tra le banche stesse.
Una cifra enorme, che non rappresenta, spiega l’Fmi, la necessità di capitale delle banche” (per quantificare il quale, scrigno gli esperti, occorrerebbe “una piena valutazione dei bilanci” delle banche europee), quanto piuttosto “cerca di approssimare l’aumento nel rischio del credito sovrano sperimentato dalle banche negli ultimi due anni”. Una situazione che comporta crescenti difficoltà per molti istituti a finanziarsi sul mercato, proprio a causa dell’esposizione alla crisi in relazione ai titoli di stato detenuti in portafoglio, e che ha portato alcuni istituti a dipendere ormai “pesantemente” dalla Bce.
Una situazione non sostenibile indefinitamente, come conferma il fatto che alcune banche “hanno già perso l'accesso ai mercati di finanziamento privati” e che aumenta il rischio di un ulteriore “deleverage” che comporterebbe una più accentuata contrazione del credito all’economia reale “se non saranno prese azioni adeguate”. Insomma, un certo numero di banche dovrà ricapitalizzarsi “attraverso strategie credibili di consolidamento finanziario”, così da aumentare la propria solidità patrimoniale ed accrescere la fiducia dei propri creditori e depositanti.
Oltre alle ricapitalizzazioni occorreranno secondo l’Fmi adeguate azioni fiscali “da combinare a misure per rafforzare le banche, rompendo il circolo vizioso tra istituti finanziari e debito sovrano” e se è vero che i governi europei stanno lottando per cercare di mettere in ordine le proprie finanze e la Ue, assieme a Bce e Fmi, tenta di salvare alcuni stati in crisi (il riferimento è alla Grecia, all’Irlanda e al Portogallo, ndr), occorre che il processo di ratifica dell’accordo per estendere la flessibilità dell’Efsf sia rapido (anche se, aggiungono gli analisti, il mercato resta scettico sulla capacità del “fondo salva-stati” di ridurre permanentemente la pressione sul debito di Belgio, Italia e Spagna).
Da parte sua l’Italia, come gli altri paesi messi sotto pressione dalla crisi e da prospettive di crescita sempre più deboli che colpiscono negativamente tanto i bilanci pubblici quanto quelli privati, dovrà fare tutto quello che serve per mostrare unità politica, per convincere i mercati che non vi sono problemi di stabilità. La prospettiva di una ripresa sostenibile si è “significativamente ristretta”, ma non è del tutto sparita, a patto che si agisca in modo coordinato ed efficace, senza perdere ulteriore tempo. Il campanello d’allarme è dunque scattato: si tratta ora di vedere se Roma e Bruxelles sapranno trovare soluzioni concrete per far ripartire la crescita e diminuire il rischio per i rispettivi sistemi creditizi, vincendo lo scetticismo dei mercati.
Luca Spoldi



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