Contra Bonus
Di Gianfranco Aurisicchio, www.formazionepolitica.org
In risposta al furore quasi popolare contro gli altissimi bonus degli executives delle società finanziarie salvate con il denaro pubblico, l’Amministrazione Obama è intervenuta con un forte giro di vite contro un andazzo che cercava di resistere, nonostante la crisi, la rabbia dei cittadini e la prospettiva del fallimento evitato appunto con i piani di salvataggio finanziati dalle tasse.
Gli eccessivi compensi e bonus di fine anno sono nell’immaginario collettivo (ma con un forte impatto anche sulla realtà) una delle cause della recessione mondiale, ed i banchieri sono accusati di assumere rischi impropri in vista di potenziali guadagni. Nel recente Summit del G-20 si era voluto legare le compensazioni degli executives finanziari alla performance a lungo termine delle loro società: tuttavia a Pittsburgh non si è raggiunto nessun accordo per porre limiti ai compensi che le banche possono pagare ai propri executives, cosa che invece alcuni governi europei chiedevano.
Secondo quindi il piano dell’Amministrazione Obama, le sette società che hanno ricevuto i maggiori aiuti dal Tesoro americano dovranno ridurre fino al 90% gli stipendi dei loro 25 impiegati più pagati. Saranno perciò ridotti di circa la metà le compensazioni pagate ai 125 maggiori executives di ogni società. E le sette società interessate da questo piano sono la Bank of America, AIG, Citigroup, General Motors, GMAC, Chrysler e Chrysler Financial. In questo contesto, sono stati posti inoltre limiti molto stringenti alle remunerazioni di alcuni executives, come i top traders di AIG, che si vedranno fortemente limitati anche i propri bonus di fine anno.
Cambierà anche la forma della compensazione, al fine di allineare i singoli gol finanziari degli executives con la performance a lungo termine delle loro società, come si è avanzato nel recente summit del G-20 a Pittsburgh. Per esempio, la parte in contanti della busta paga sarà tagliata in media del 90% ed il resto sarà costituito da titoli che non possono essere venduti nel breve termine.
Il piano sarà reso pubblico nei prossimi giorni ed è stato stilato da Kenneth Feinberg, il funzionario del Tesoro americano responsabile dei salvataggi finanziari delle società coinvolte dalla crisi. Prevede inoltre regole di governance per influenzare, piuttosto che imporre, le policy di remunerazione delle società, in coordinazione anche con la Federal Reserve, che dal suo canto sta preparando delle guidelines per allineare i compensi degli executives bancari ad un’appropriata assunzione di rischio. In questa direzione si inserisce anche la proposta, per esempio, di dare agli azionisti un voto non vincolante sulle remunerazioni dei top executives.
Con questa doppia politica di imporre limiti alle paghe e di influenzare le regole di governance, la Casa Bianca sembra voler rispondere sia al criticismo e alla rabbia dei media e della gente, indignata per i bonus stellari pagati col denaro dei contribuenti, sia agli attacchi dei conservatori (i Repubblicani cioè) che sostengono invece che il governo di Obama sta assumendo un ruolo troppo grande e intrusivo nell’economia. In effetti il piano pareggerebbe sostanzialmente le remunerazioni che gli executives più pagati riceverebbero in circostanze normali, ma permetterebbe comunque pacchetti remunerativi multimilionari. E la Casa Bianca ha ben specificato che non intende porre dei limiti globali sulle paghe degli executives.
Inoltre il piano di Obama non avrebbe nessun impatto diretto su quelle società che non sono state salvate dall’amministrazione o che hanno già ripagato i finanziamenti ricevuti da Washington, come per esempio Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Morgan Stanley. E con i mercati finanziari – e conseguentemente i loro profitti – in ripresa dopo l’enorme programma governativo di assistenza dell’anno scorso, le tre investment banks riporteranno enormi saldi positivi, anche se la disoccupazione continua a salire.
Perciò al momento non è ancora chiaro quale sarà l’effetto – se ci sarà un effetto – del piano dell’amministrazione americana sui temi più ampi che riguardano la remunerazione degli executives, come la disparità di reddito e la rabbia populista verso Wall Street e la corporate America.



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