Consob, per non perdere altri sette anni
Da lavoce.info
Entro poche settimane scadrà il mandato di Lamberto Cardia, nominato commissario Consob nella primavera del 1997, ben 13 anni fa, e presidente dal 2003. Inoltre, dovrà essere nominato un altro commissario, al posto di Paolo Di Benedetto (il commissario più anonimo e silente della storia dell’istituzione: dei 93 interventi di presidente e commissari riportati sul sito, solo uno – del 27 febbraio 2006 – lo vede protagonista). Nominando il nuovo presidente e un commissario meno inconsistente dell’attuale, il Governo può segnare fortemente il futuro dell’autorità di regolazione dei mercati. Ma quali sono i problemi da risolvere e quali gli obiettivi da perseguire?
BILANCIO DI UN LUNGO COMANDO
Il primo passo da fare è di redigere il bilancio degli ultimi anni, dunque quelli della presidenza Cardia, che è stato al timone dell’autorità per più anni di qualsiasi altro suo predecessore nella storia dell’istituzione, nata nel 1974. Non c’è dubbio che Cardia lascia una Consob che ha visto ulteriormente crescere i suoi compiti e le sue responsabilità, rispetto a quelli già considerevoli introdotti dal Testo unico della finanza del 1998. Contemporaneamente, sono cresciuti la dotazione di personale e il costo complessivo. Quest’ultimo però oggi non grava più sul bilancio statale, neanche in minima parte, ma è totalmente posto a carico dei soggetti vigilati e del mercato. Le spese per il personale sono aumentate sia sotto la gestione Spaventa sia sotto quella Cardia senza che questo abbia permesso alla Consob di prevenire episodi come Cirio e Parmalat.
UN’AUTORITÀ NOTARILE
Sono cresciute in modo almeno proporzionale l’efficacia degli interventi della Consob e la sua autorevolezza? Difficile dare una risposta affermativa. Se una costante si può trovare nelle vicende degli ultimi anni è stata quella di agire con grande prudenza, dimostrare di aver adempiuto agli obblighi di legge (nelle storie di Cirio e Parmalat l’autorità, e Cardia in particolare, misureranno sempre la loro azione in termini di numero di “atti di vigilanza”, come un generale che valutasse la battaglia in termini di colpi sparati), ma si fa fatica a rintracciare nella storia recente un momento in cui la Consob abbia voluto o saputo svolgere il ruolo di investors’ advocate (paladino degli investitori) come recita il motto della Sec, l’autorità americana. Nella primavera-estate del 2005, in occasione delle controverse scalate bancarie, la Consob per la verità intervenne con una decisione clamorosa, rilevando che il banchiere Gianpiero Fiorani della Popolare Italiana aveva agito di concerto con altri soggetti (i famosi “furbetti”) e bloccando l’Opa sull’Antonveneta. Peccato che nel processo di Milano, Fiorani abbia dichiarato di aver presentato molto tempo prima il progetto al presidente della Consob: si tratta di una dichiarazione di parte, ovviamente, che dovrà essere ulteriormente approfondita in sede dibattimentale e probabilmente anche altrove, ma che quanto meno impone di sospendere il giudizio su una delle vittorie più limpide.
Il fatto è che la Consob, soprattutto nella presidenza Cardia, si è preoccupata prevalentemente di essere uno dei crocevia di alcuni passaggi fondamentali del capitalismo italiano. Non proprio un arbitro al di sopra delle parti (e caso mai con un occhio di riguardo per gli inconsapevoli investitori), ma uno dei soggetti da cui dipendono vicende fondamentali delle società quotate italiane e del sistema finanziario. Sempre con un rapporto preferenziale con il Governo: non a caso Cardia (che ha regnato sia con Prodi che Berlusconi) si vanta sempre della sua esperienza come sottosegretario Palazzo Chigi (e con delega ai servizi segreti, aggiunge sempre misteriosamente). Un’interpretazione non nuova nella storia dell’istituto, perché si riallaccia idealmente alla figura di un altro importante presidente della Consob, Franco Piga. Peccato che quella fase coincida con uno dei momenti più difficili della storia dell’istituzione, in cui la sua indipendenza dal potere politico ha toccato i minimi.
L’INVADENZA DELLA POLITICA
La deriva verso il potere politico è visibile in altre autorità amministrative. Le telefonate fra Berlusconi e altri politici ai componenti dell’Agcom sono la dimostrazione più evidente che ormai la lottizzazione è entrata a pieno titolo almeno in quell’organismo. La spudoratezza con cui presidente e componenti hanno reagito, affermando a chiare lettere di essere perfettamente legittimati ad avere un canale preferenziale con la maggioranza che li ha nominati, sono prove più che sufficienti per dimostrare che ormai certe istituzioni ragionano solo con il manuale Cencelli alla mano. Non diversamente da quanto accade alla Rai e non certo da oggi, con la rilevante differenza che queste dovrebbero essere “autorità amministrative indipendenti”. In realtà, non meritano il nome di autorità e soprattutto non mostrano più parvenza di indipendenza.



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