Confindustria adieu/ Magneti Marelli out. Anche a Prato i piccoli lasciano

Mercoledì, 5 ottobre 2011 - 09:48:19
operai fabbrica
Dopo Fiat Auto, ora tocca a Magneti Marelli, la controllata bolognese del Lingotto che si occupa di produrre accessori e ricambi per le quattroruote. Secondo i rumors, infatti, il gruppo, che applica lo stesso contratto della casa madre, l'ultimo sottoscritto unitariamente e datato 1996 e che Sergio Marchionne ha deciso di disdettare uscendo dalla Confindustria, non potrà che adeguarsi alla scelta del manager italo-canadese che decide delle sorti della Galassia Fiat e uscire anch'essa dall'associazione degli industriali guidata da Emma Marcegaglia. La decisione del Lingotto, spiegano gli addetti ai lavori, rischia di provocare altre defezioni di altre grandi imprese non contente del sistema rappresentativo, messo a dura prova dalla forte concorrenza dei gruppi industriali dei Paesi Emergenti. Situazione esasperata dalla crisi economica internazionale.
 
Ieri Confindustria ha dovuto infatti registrare anche l'addio delle Cartiere Pigna che dal prossi­mo primo gennaio, come ha annunciato il presidente e ad del gruppo (nonché deputato Pdl di area tremontiana) Giorgio Jannone, non si iscriverà più all’as­sociazione degli industriali. "Siamo stufi di vedere Confindu­stria così schierata", ha spiegato il manager che ha confermato di aver parlato con alcuni diri­genti Fiat prima di assumere la propria deci­sione. Una sottolineatura non inopportuna giacché Viale dell’Astronomia ha cercato di liquidare la defezione come una mossa total­mente politica. "Il mio ruolo di deputato non c’entra nulla:anche se il governo fosse di cen­­trosinistra e Confindustria lo attaccasse, non andrebbe bene perché la confederazione de­ve essere apartitica".

Per l’azienda leader nella cartotecnica è anche una questione economica. "In periodi di crisi- ha concluso Jannone- le quote associa­tive, che per la maggior parte sono spese in convegni e passerelle varie, devono trovare una giustificazione". Cartiere Pigna è entra­ta nel novero di coloro che hanno fatto il "gran rifiuto" assieme ad Amplifon, Cis di No­la e Ibm Italia. In Veneto il gruppo Riello era uscito dall'associazione già un anno e mezzo fa. Dopo una lunga militanza confindustriale, l'amministratore delegato Alessandro Riello al timone insieme ai suoi familiari di un gruppo da quasi 1500 dipendenti e 270 milioni di fatturato, non aveva più rinnovato l'iscrizione. Per tre motivi, ricorda ora il manager in un'intervista al Corriere Veneto. Il primo, "c'è una difficoltà dialettica all'interno di Confindustria, ormai troppo condizionata dalla compresenza di imprese private manifatturiere e grandi compagnie dell'ex parastato, che magari oggi sono privatizzate ma che mantengono l'imprinting della loro origine pubblica e perseguono, peraltro legittimamente, i propri interessi da oligopolisti. Che non coincidono con i nostri". Il secondo. "La trasformazione di Confindustria in una realtà che accoglie in sé, sempre più numerose, le imprese del terziario. Siamo nati come conf-industria, siamo diventati più che altro conf-imprese". E il terzo,"l'essere rimasta una organizzazione molto centralizzata, che fa fatica a cogliere le differenze sul territorio e la domanda di cambiamento. Vede, la nostra è la classica media impresa internazionalizzata che non ha molto bisogno dei servizi erogati da un'associazione locale di Confindustria. Quello che cerca, semmai, è la rappresentanza. Proprio la materia che noi abbiamo visto scarseggiare".

Defezioni, poi, anche fra i piccoli imprenditori del distretto tessile di Prato. Adieu, però, non coordinati e che non hanno a che fare con le stesse motivazioni del Lingotto, arrivati all'Unione industriale della città tessile addirittura prima che la casa automobilistica torinese recapitasse la propria lettera ai piani alti di Viale dell'Astronomia. Renato Cecchi della ditta Santo Stefano, Francesco Grassi (già presidente dei filatori pratesi), Marino Gramigni della Fidias e Carlo Mencaroni di Eurotintoria, tutte aziende terziste del finissage (apportano al prodotto il valore aggiunto prima che sia commercializzato), hanno deciso di non pagare più la quota associativa, oltre che per la loro età avanzata (sono tutti over '75) anche per l'incapacità dell' Assindustria locale di proteggerli, ha tuonato  Cecchi protagonista in passato anche di una puntata di Anno Zero sulla crisi industriale a Prato, dal "mercato selvaggio".

Riccardo Marini, numero uno degli industriali di Prato, ha invitato i quattro piccoli imprenditori a tornare sulle loro decisioni: "Certo le dimissioni mi disturbano. Ma come è accaduto nel caso di Marchionne con la presidente Marcegaglia - ha spiegato Marini - mi posso solo limitare ad osservare che questo è un fatto fisiologico per un'associazione democratica. Ho sempre preso in considerazione tutte le istanze. Probabilmente le colpe in questi casi si dividono a metà", ha concluso l'industriale che ha tirato anche una stoccata ai ribelli: "Magari con una maggiore partecipazione alle iniziative dell'Unione avrebbero potuto meglio apprezzare quanto stiamo facendo".
 

 

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