Public utility/ Oltre 33mila euro a ogni membro del Cda
Maschio, 55 anni, residente nel comune in cui opera la sua impresa, retribuito con 33.740 euro lordi l’anno, in maggioranza senza deleghe esecutive e in carica per 3,6 anni. È, questo, il ritratto del consigliere di amministrazione delle public utility italiane che esce da Lo Stato imprenditore tra politica e management. Primo rapporto sugli assetti di governo delle public utilities, il white paper dell’Osservatorio sul cambiamento delle amministrazioni pubbliche (Ocap) della Sda Bocconi, a cura di Daniela Cristofoli e Giovanni Valotti, presentato questa mattina alla Bocconi 
In Italia sono attive circa 700 utility, che impiegano 161.000 persone e fatturano 35 miliardi di euro. L’analisi del white paper si accentra sulle prime 100 utility per fatturato, tra quelle operative nei capoluoghi di provincia (48% al nord, 25% al centro, 27% al sud e isole). In maggioranza si tratta di imprese a totale proprietà (68%) o a maggioranza pubblica (29%), mentre il caso del pubblico in minoranza (3%) è residuale. Le imprese analizzate fatturano in media 230 milioni di euro, con cinque grandi operatori che superano il miliardo e i minori che si aggirano intorno ai 50 milioni. Le imprese quotate sono sette.
L’analisi dell’evoluzione degli ultimi 10 anni evidenzia che è in atto un salutare processo di semplificazione e di allontanamento della fase decisionale dalla politica, con la riduzione del numero medio di consiglieri, dai 7,24 del 1999 ai 5,5 del 2008 per le 78 imprese per cui è disponibile l’intera serie storica, mentre i consiglieri con deleghe esecutive sono passati dal 7% al 21%. La proprietà si è allontanata dalla gestione, con la presenza di un amministratore delegato passata dal 12% al 51% dei casi e la leadership unitaria (presidente e amministratore delegato sono la stessa persona, una caratteristica che, secondo l’analisi empirica, sarebbe foriera di una particolare propensione al cambiamento strategico) che cresce dal 4% al 14%.



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