La banche? Prendano esempio dalla Nba

Venerdì, 5 marzo 2010 - 11:20:00

di Giancarlo Perasso*

In&Out/ Conti: record storico del bond Enel in Borsa. Weber: cartellino giallo. Il falco Bce molla la Grecia

Ferve il dibattito e la polemica sulle regole per evitare nuove crisi finanziarie e nuovi esborsi da parte dei contribuenti per salvare le banche. Sono state avanzate tante proposte: dalle indicazioni del Financial Stability Board ai vari interventi del presidente Nicolas Sarkozy, agli articoli recenti di Martin Wolf o John Gapper e molto altro ancora.

COME NELL’NBA
A me pare che ci troviamo a un punto morto: da un lato tanti tecnici (per i quali parteggio, lo ammetto) analizzano i problemi e propongono soluzioni; dall’altro, tanto populismo, che aborro. Ci troviamo in un’impasse micidiale, la miglior condizione per non arrivare a nulla, salvo poi accettare le regole imposte dall’unico giocatore che veramente conta: gli Stati Uniti. Ma saranno regole che favoriranno le banche di quel paese, naturalmente, e non il sistema bancario globale. Nel frattempo, le banche di investimento hanno ricominciato a fare quello che facevano prima, gli investitori non hanno imparato nulla (un aneddoto personale: la scorsa settimana un fondo di investimento qui a Londra mi ha informato che è interessato ad acquistare mutui in sofferenza nei paesi dell’Europa centro-orientale: sono rimasto senza parole). Il denaro continua a non costare niente e si naviga a vista, come tre anni fa.
Vorrei allora proporre una misura semplice semplice e trasparente per ridurre il rischio che si ripeta una crisi come quella del 2007-2008. La crisi è derivata non solo da eccessivi rischi assunti dalle banche, ma anche dalla quantità di denaro impiegata in questi rischi. Il rapporto debiti/asset (leverage) di Merril Lynch a maggio 2008 era pari a 45.8, quello di Lehman Brothers a 33.2. Bear Stearns, prima di essere acquistata da JpMorganChase aveva un leverage di 34.6. Quindi, non solo rischi , ma anche grandi quantità di denaro impiegate in attività rischiose.

Piuttosto che impedire alle banche di promuovere certe attività, come indicato nella proposta Paul Volcker, e quindi penalizzare l’innovazione finanziaria che, nolenti o volenti, ha contribuito a rendere l’economia più efficiente (si pensi solo alla possibilità per esportatori e importatori di coprirsi dal rischio di cambio con i derivati) ritengo che sia più efficiente internalizzare il costo del maggior rischio per una banca “x” nel caso, appunto, volesse espandere la propria attività in attività più rischiose. E qui ci viene in aiuto la pallacanestro: l’idea è quella di penalizzare il ricorso al leverage, sulla falsariga della “luxury tax” della National Basketball Association (Nba).

Nell’Nba, esiste il “salary cap”, cioè un monte salari fisso per ogni squadra (i premi sono liberi). Se la squadra di Los Angeles, ad esempio, volesse ingaggiare un campione che porterebbe il monte ingaggi al di sopra del tetto fissato, dovrebbe versare alla Nba stessa il corrispondente dell’ammontare per cui ha superato il monte salari. Per fare un esempio: se il monte salari è 100 dollari e cresce a 110 con l’arrivo del nuovo giocatore, la squadra dovrà versare 10 dollari all’Nba.
Si potrebbe applicare lo stesso principio al rapporto tra debiti e asset delle banche: fino a un certo multiplo fissato per legge (Dieci volte? Meno? Di più? Spetta ai governanti decidere quanto) il leverage è libero dalla “leverage tax”, oltre quella soglia, per ogni dollaro di leverage bisognerà versare un dollaro all’erario. Volendo si potrebbe anche valutare se incrementare la “leverage tax” oltre una certa soglia. Ad esempio, non più un dollaro per un dollaro ma due dollari di tassa per ogni dollaro di leverage oltre un certo ammontare.

UNA MISURA TRASPARENTE
È una misura semplice da applicare, trasparente, che permetterebbe alle autorità di politica monetaria di tenere bassi i tassi di interesse per fronteggiare la crisi economica
riducendo i rischi di bolla speculativa. Inoltre, non vieterebbe alle banche di continuare a sviluppare nuovi prodotti né di espandersi, lo renderebbe solo più costoso. Spetterà allora a manager e azionisti decidere se espandersi più del consentito e pagare una tassa: si limiterebbero così i profitti da attività rischiosa, rendendo il trade-off rischi-benefici più sbilanciato a favore dell’avversione al rischio. L’obiezione è che rendendolo più costoso, le banche assumerebbero più rischio. Può darsi, non è detto e dipenderà dai parametri, ma almeno ci sarebbe un meccanismo che porterebbe a riflettere attentamente prima di assumere un rischio. E lo Stato incasserebbe qualcosa.

*da lavoce.info

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