Banche, il danno e la beffa

Martedì, 14 aprile 2009 - 08:00:00

Di Luigi Gulizia

Vorrei svolgere qualche breve osservazione sul tema dei “salvataggi bancari” immediatamente attivati a livello internazionale nel momento in cui è  imploso il gigantesco sistema di aria fritta finanziaria che, a partire dagli anni novanta, era stato costruito proprio dalle stesse banche, in primis quelle americane, oggetto degli odierni “salvataggi”.

Premesso che, come ho già scritto nell’Appendice del mio libro “PRIMO POTERE”, è assolutamente lecito sospettare che l’avvio della cosiddetta “crisi” sia stato abilmente orchestrato proprio all’interno delle grandi sedi bancarie americane e delle loro complici europee nell’assoluta certezza del consueto copione dei salvataggi successivi, occorre chiedersi su che cosa poggi l’intervento salvifico dei vari Stati oggi impegnati a profondere tonnellate di capitali freschi nell’intero sistema bancario. L’osservazione che, di primo acchito, sorge spontanea è la seguente: nel caso di un reato di furto si tende a colpire il ladro e a proteggere la vittima, ma nell’attuale situazione “globale” questo rapporto consequenziale appare invertito.

In sostanza, il soggetto “causa” del disastro, cioè le banche, appare protetto e la vittima, cioè le moltitudini ingannate e derubate, appaiono le salvatrici dello stesso soggetto attraverso gli Stati che dovrebbero essere i gendarmi posti a loro protezione.

Pur consapevoli della tanto decantata “deregulation” vigente nei mercati finanziari internazionali, punto di approdo di un liberismo tanto sfrenato quanto selvaggio  nonchè “pensiero unico” a cui inchinarsi, ciononostante è impossibile ritenere che, come nel caso delle Torri Gemelle del 2001, nessuno fosse al corrente di quanto andava preparandosi nei lunghi anni della febbre di Borsa.

Bene o male i famosi organismi di controllo esistevano dappertutto e, in ogni caso, era di pubblico dominio quel che succedeva all’interno del sistema bancario internazionale nel quale i clienti venivano fraudolentemente indotti a riversare le proprie disponibilità patrimoniali in quelli che oggi vengono chiamati, con una leggerissima punta di cipiglio perbenista, “titoli tossici”.   Il caso dei “bonds” argentini, tralasciando tutta un’ulteriore sfilza di altri casi eclatanti, nel quale emergeva per intero tutta la responsabilità delle banche, appare, come sempre, completamente dimenticato nonostante non sia passato che appena qualche anno dal momento in cui esso esplose. Tutto questo viene definito, nei codici penali, “furto con destrezza” e a livello bancario si qualifica come “bancarotta fraudolenta”.

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