Auto/ Termini, Scajola ago della bilancia. I sindacati cercano la sponda del Cav
"I dati dell'Unrae evidenziano che il problema principale della Fiat è quello di aumentare la produzione delle vetture in Italia. Su questo bisogna lavorare e c'è tempo fino al 21 dicembre per ragionarci sopra". E' entrato nel vivo il confronto sullo stabilimento Fiat di Termini Imerese e, nell'incontrare i leader di Fiom, Fim, Uilm, Ugl e Fismic (domani toccherà all'amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne) il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha ribadito ciò che sta a cuore al Governo. Che l'accordo fra Fiat e la Chrysler, cioè, deve "portare dei benefici anche per la produzione dell'auto in Italia".
"Dopo la mia visita a Termini Imerese - ha detto Scajola secondo quanto hanno riferito fonti sindacali presenti alla riunione - abbiamo focalizzato la nostra trattativa sul fatto che la produzione in Italia è inferiore alle nostre aspettative. Su questo dato stiamo poggiando la nostra azione. Ci muoviamo con l'obiettivo di aumentare la produzione e fino al 21 dicembre abbiamo tempo per lavorarci sopra".
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Insomma, l'appuntamento di oggi, conferma che la posizione del ministro è vicina a quella dei sindacati che hanno definito "utile" l'incontro. ''E' positiva l'impostazione con la quale il Governo sta approcciando la vicenda Fiat", ha detto il segretario genarale della Fim, Giuseppe Farina. Che ha aggiunto: "Condividiamo la priorità che l'esecutivo assegna all'esigenza di aumentare la produzione automobilistica italiana che oggi è tra le più basse d'Europa. In Italia, infatti, si produce solo il 30% delle auto vendute nel mercato interno, a differenza di ciò che avviene nei principali Paesi europei dove la produzione eccede la domanda interna. La Fiat deve rendersi conto che, dalle sue scelte, dipende l'intero settore automobilistico italiano, parte fondamentale dell'industria manifatturiera, nonchè uno dei punti di forza della nostra economia. Un ridimensionamento dell'auto, oltre a creare seri problemi occupazionali, inciderebbe perciò negativamente sull'intero gettito nazionale".
Fonti sindacali raccontano ad Affari che Scajola è apparso meno determinato di Fiom, Fim e Uilm sulla questione assemblaggio a Termini Imerese (dopo lo scontro con Marchionne, in cui il ministro genovese aveva definito "folle" la chiusura dello stabilimento siciliano). Il ministro, infatti, ha lasciato aperta una via d'uscita al Lingotto che vuole dismettere la produzione di autoveicoli: "Bisogna che Fiat mantenga aperto lo stabilimento di Termini per l'assemblaggio o, comunque, per un'altra mission industriale". Una prospettiva che i sindacati non vogliono in quanto un'altra destinazione industriale, sempre legata all'automotive (componentistica), ma diversa dall'assemblaggio, non garantirebbe il mantenimento dell'occupazione di tutti i 1600 occupati in Sicilia.
Fonti vicine alla Fiat raccontano ad Affari che il Lingotto vorrebbe aumentare la produzione a 900mila autovetture, venendo così incontro ai desiderata del Governo anche per poter giocarsi delle carte vincenti nella delicata questione del rinnovo degli incentivi. Contributi che consentirebbero a Torino di vendere nel 2010 (trend uguale al 2009) almeno 400 mila veicoli in più. Ma Termini Imerese rimarrebbe lo stesso sacrificata, stando alle valutazioni della Fiat ("ogni auto prodotta in Sicilia costa almeno mille euro in più che in qualsiasi altro stabilimento).
I sindacati, Fiom in primis, ne sono consapevoli e hanno innalzato il livello del confronto sul piano di medio lungo periodo del Lingotto. "La Fiat deve investire in Italia anche su nuovi modelli per portare la produzione di auto ai livelli del 2007, cioè a 1,6 milioni l'anno e dopo il 2010 anche oltre", ha chiesto infatti il coordinatore nazionale del settore auto della Fiom-Cgil, Enzo Masini. Secondo cui "non si può far pagare alla produzione italiana l'accordo con Chrysler ".
Gli strali del sindacalista sono contro l'intenzione della casa automobilistica torinese di approfittare di un cambio euro-dollaro favorevole, facendo produrre negli Stati Uniti, oltre all'auto elettrica, anche le nuove ammiraglie (le nuove Croma, Thesis e 159, più un eventuale modello Alfa) da destinare al mercato europeo. "Fin quando sarà conveniente per la Fiat", aveva spiegato Marchionnne a Detroit nel presentare il piano Chrysler. Posizione giudicata dai sindacati miope (nel lungo periodo).
Le tute blu di Corso d'Italia, dunque, puntano, con l'appoggio-sponda del Governo (attraverso la carta incentivi; oggi dalla Cgil hanno ripetuto che "bisogna vincolare i contributi al settore auto al mantenimento dei siti produttivi"), a far produrre le auto del segmento più alto in Italia. Almeno 300 mila vetture l'anno (stimano dalla Fiom), ammontare che, assieme alle 900mila (previste nel nuovo piano Fiat), consentirebbe alla produzione complessiva nel nostro Paese di arrivare a quota un milione e duecentomila vetture. Soglia che garantirebbe, portando a compimento l'opera di infrastrutturazione della Sicilia (la giunta Lombardo ha stanziato 400 milioni di euro), di mantenere aperti tutti i sei stabilimenti del gruppo in Italia.
I sindacati hanno chiesto e ottenuto che fra l'incontro di domani tra Scajola e Marchionne e quello a Palazzo Chigi del 21 o 22 dicembre "ci siano ulteriori momenti di confronto con le organizzazioni sindacali". Dando il via di fatto a "un confronto - come lo ha definito Masini - non facile". Dal quale scaturirà il futuro dello stabilimento di Termini Imerese.
Andrea Deugeni



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