La pantomima dell'articolo 18

di Sergio Luciano
E' del tutto irrilevante stabilire se l'incontro segreto tra il premier Mario Monti e il segretario generale della Cgil Susanna Camusso ci sia stato davvero, come ha scritto e confermato La Repubblica, o sia stata un'invenzione giornalistica, come hanno affermato, con un inedito comunicato congiunto, Palazzo Chigi e la stessa Cgil. La sostanza non cambia: Cisl e Uil sono già d'accordo sulla riforma dell'articolo 18, è la Cgil l'ostacolo che il governo vuole superare. E comunque, a prescindere dall'incontro segreto – che sarebbe stato smentito lo stesso, per “ragioni di Stato”, anche se fosse svolto davvero – Monti sa che soltanto la Cgil ha ancora (forse!) il potere di scatenare il “no” della piazza. Per questo, la nota congiunta (“mai successa, a memoria d'uomo”, annotava ieri un leader sindacale di lungo corso come Sergio Cofferati) vale ancor più dell'incontro smentito.
E allora? Allora sull'articolo 18 il governo rischia di incartarsi come già Berlusconi nel 2001. Ma anche i sindacati. In questa trappola Monti non si è infilato soltanto per “modernizzare il Paese”, come dice, o per venire incontro a una delle richieste meno ricevibili tra le tante che la Commissione europea ha avanzato al governo italiano. Anche, ma non soltanto. Lo fa innanzitutto per raschiare il fondo del barile. Nel 2011, sui circa 5 miliardi di euro erogati come cassa integrazione, un terzo (1,6 miliardi) ha gravato sui conti dello Stato e delle Regioni (gli altri sono stati pagati dall'Inps con i fondi raccolti da lavoratori e imprese). Ecco, Monti vuole ridurre questa voce in più del welfare-state, sempre in onore del “fiscal compact” e di tutti gli altri obblighi contabili connessi all'euro.
Ma la cosa surreale di questa vicenda è che, come dimostra l'indifferenza dimostrata al riguardo da Giorgio Squinzi, uno dei due concorrenti al vertice della Confindustria per il dopo-Marcegaglia, non è l'articolo 18 il vero spauracchio delle imprese, non è l'ostacolo che scoraggia gli investimenti industriali, come sostengono da tempo economisti di razza come Giulio Sapelli o come rileva sul campo l'esperienza di Invitalia. A dissuadere gli investitori, soprattutto stranieri, è la burocrazia e l'incertezza del diritto. E qualsiasi ipotesi di rimpiazzare, come vorrebbe il ministro Fornero, l'attuale regime dell'articolo 18 con forme di indennizzo in denaro ai lavoratori licenziati o di compartecipazione delle imprese alle spese per il reinserimento al lavoro dei licenziati stessi è vivacemente avversata dalla Confindustria che teme di veder scaricare sulle aziende costi maggiori degli attuali. E, soprattutto, le imprese vedono come il fumo negli occhi qualsiasi riforma della flessibilità in entrata, quella che oggi prevede addirittura 46 specie di contratti precari che permettono di avvalersi di personale anche qualificato senza praticamente doverlo mai assumere in pianta stabile.
L'obiettivo segreto di tutti è insomma quello di cambiare tutto senza cambiare (quasi) niente. I sindacati vogliono difendere l'articolo 18, pur sapendo che garantisce solo i garantiti, perchè costituisce la bandiera del loro potere. Gli imprenditori non vogliono pagare un euro in più per la grandissima flessibilità di cui già dispongono. Il governo deve portare ai maestri di Bruxelles i compiti a casa fatti a puntino. L'impressione sgradevole è che ai veri diritti calpestati dei lavoratori non stia pensando nessuno.


Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.






































