L'Art.18? Un falso problema. Ora si parli del lavoro
Di Renzo Modiano
La violenta diatriba intorno all'articolo 18 mi mette a disagio. Si, mi fa sentire a disagio - e profondamente - perché i casi sono due: o io mi sono completamente rimbecillito (non si può mai escludere) o si tratta di un falso e pretestuoso problema che nasconde qualche altro obiettivo. Può darsi, mi dico, che dovendo affrontare una complessa trattativa, qualcuno ricorra all'espediente di dar corpo ad un finto punto irrinunciabile, da lasciar cadere alla fine in cambio di vantaggiose concessioni dalla controparte. In altre parole, si tratterebbe dell'espediente di lasciar cadere qualcosa che ci interessa poco e niente per avere in cambio qualcosa che, invece, preme molto. Può darsi che sia un esempio di tale strategia: il Governo, dopo ardua resistenza, cede sull'art. 18, in cambio di altre disponibilità da parte dei sindacati, qualcosa di reale valore e pregnanza.
Questa è un'ipotesi, ma potrebbe anche trattarsi di una impuntatura delle forze imprenditoriali, o finanziarie, sopra tutto straniere, che si ostinano ottusamente a vedere un pericolo dove non esiste in realtà, o esiste in misura molto inferiore a quanto esse stesse si raccontano. Insomma potrebbe essere un esempio di autosuggestione, tanto ingiustificata, quanto insidiosa. Non sarebbe una novità. Infatti, se è vero che nessuno vuole eliminare la licenziabilità individuale ad libitum, da parte di un padrone, magari perché uno fa il sindacalista, o perché una dipendente si è rifiutata di andare a letto con lui, insomma se il sacrosanto principio della Giusta Causa per i licenziamenti individuali non è in discussione, cosa c'entra l'articolo in questione con i licenziamenti collettivi per motivi economici, organizzativi, ecc. ? Nulla c'entra, com'è noto a chi conosce la realtà. Perciò questo scontro cruciale, sempre incombente che mai si fa concreto ha ai miei occhi un acuto sapore Kafkiano.
Persino negli anni '70 e '80, quando il sindacato era potente e i cosiddetti pretori d'assalto sentenziavano arditamente, un intenditore della materia poteva ben dire che "licenziare un dipendente è difficile, ma licenziarne cento è facilissimo" per il semplice motivo che nessun imprenditore è obbligato a fallire o a relegarsi fuori mercato se l'impresa è in crisi. E quella era l'epoca dei posti fissi! Adesso che è l'epoca della precarietà e che milioni di lavoratori sono stati espulsi dal loro posto di lavoro ha senso parlare di necessità di maggiore flessibilità in uscita? Adesso che quasi tutti i giovani hanno contratti di lavoro a dir poco evanescenti, come si può credibilmente sostenere che un ostacolo alle assunzioni sia la scarsa flessibilità in uscita? Adesso che alle donne, all'atto dell'assunzione, si impone di firmare una lettera di dimissioni in bianco per il caso che restino incinta!
Sinceramente, io non riesco a capire. Di qui il disagio che dicevo prima. Però io mi dichiaro Laico e perciò non ho tabù. Solo alla libertà di licenziamento ad libitum porrei un veto apodittico, al resto no, perché tutto è modificabile, per principio, pur che l'adeguamento non serva a ridurre le (poche) tutele che oggi hanno i lavoratori di fronte ai licenziamenti collettivi, ma solo a modificarle… e perché no? Magari migliorarle.
Fuori di metafora, all'attuale protezione prevista dalla CIG straordinaria, che può durare poco, o molto (non si sa bene quanto) ma che prima o poi finisce con un inesorabile messa in mobilità e una miserrima indennità di disoccupazione, alle attuali, claudicanti, forme di garanzia, potrebbe essere preferibile un contributo di disoccupazione più sicuro e duraturo, magari accompagnato da seri e opportuni corsi di aggiornamento, o di riconversione professionale, in funzione della mutevole domanda di mano d'opera. In parte almeno a carico del datore di lavoro che espelle la mano d'opera.
Un esempio tra tanti, frequente, purtroppo. Alcuni imprenditori delocalizzano la propria azienda gettando sul lastrico centinaia e centinaia di lavoratori, tra loro e l'indotto, pur avendo bilanci in utile e commesse per il futuro. Ecco, in questi casi, io imporrei un costo tale a simili operazioni di mera e spietata ricerca di profitto da dissuaderle, o almeno da far riflettere bene circa l'opportunità economica di portarle avanti. Gran parte, se non l'intero costo, della lunga indennità di disoccupazione e di riconversione dei dipendenti licenziandi, dovrebbe essere a carico dell'impresa. Sopra tutto se l'azienda ha percepito nel suo recente passato agevolazioni o interventi a sostegno a carico della Cosa Pubblica.
Ci sono anche degli imprenditori che si uccidono perché non riescono più a pagare lo stipendio ai propri operai. Aiutiamo subito e concretamente le persone perbene prima che si immolino come eroi - in quest'epoca quasi priva di essi - e sanzioniamo duramente gli avidi. Così si dovrebbe fare. Per esempio, sostenendo i Contratti di Solidarietà. In conclusione, si smetta di parlare a sproposito di art. 18 e si parli di come gestire al meglio i dolorosi casi in cui, collettivamente, dei lavoratori perdono il lavoro. Allora si potrà parlare di una flessibilità in uscita diversa da quella - ipocrita - di cui non si parla oggi.
Ma insieme si ragioni di minor precarietà e arbitrio in entrata, perché non si può ammettere che un'intera generazione passi i propri anni giovanili sbattuta tra un precariato e l'altro senza nessuna sicurezza e prospettiva, neppure di medio periodo. Perché di monotonia di un lavoro è lecito parlare quando si ha l'opportunità di scegliere tra più impieghi, non quando l'alternativa è tra un lavoro grigio, instabile e a termine, e la fame.


art 18
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