Apprendistato, mezzo secolo di ritardo

Venerdì, 12 novembre 2010 - 10:00:00

Di Antonio Lombardi, presidente “Alleanza Lavoro”

Ministero del Lavoro, Regioni e parti sociali hanno firmato l'intesa: ora non resta che mettere nero su bianco la riforma che dovrà finalmente rilanciare l'apprendistato in Italia. Meno male che abbiamo perso solo cinquant'anni, nel frattempo. Non voglio sembrare retorico, o – peggio – retrogrado, ma è andata davvero così. In questo mezzo secolo la società italiana è cambiata tanto profondamente che, quasi senza verbo proferire, la tradizione dell'apprendistato è stata messa piano piano in soffitta, dimenticandone l'altissimo valore formativo per le nuove generazioni.

La saggezza popolare dice: “l'ozio è il padre dei vizi”. Quando io ero ragazzo, tra la fine di un anno scolastico e l'inizio del successivo, passavano circa quattro mesi: non potevamo (e non volevamo) rimanere con le mani in mano tutto quel tempo, bisognava sfruttare l'estate per imparare dai maestri del lavoro, dai “mastri”, per dirla alla napoletana. Qualcuno, allora, si metteva a seguire l'attività paterna (che magari un giorno avrebbe ereditato), qualcun altro finiva a lavorare nelle campagne, qualcun altro ancora trovava posto nelle botteghe artigiane. Gli stessi Salesiani organizzavano dei corsi per falegnami, ceramisti, idraulici, e via dicendo.

Insomma, cinquant'anni fa i giovani facevano davvero tesoro di un altro detto popolare: “impara l'arte e mettila da parte”. Che era ben più importante dello stipendio, del guadagno immediato. Io lavoravo (e apprendevo) come elettricista per 500 lire d'argento alla settimana. Ricordo, però, che dopo qualche tempo mi accorsi che il mio “mastro” mi pagava sempre con la stessa moneta, le stesse 500 lire: in pratica, io davo i soldi a mio padre e lui li ridava al bottegaio, che a sua volta me li rifilava ogni settimana. Il significato di questo “circolo” non è difficile da cogliere. Io ero lì soprattutto, se non solo, per imparare un mestiere. E mio padre era il primo a credere nel valore di quell'esperienza.

L'Italia di oggi, dicevamo, è molto diversa. Ci siamo impigriti, e mi riferisco ai giovani, ma non solo. Certi mestieri non li vogliamo fare più (nemmeno in tempi di crisi). Nel 2007, l'allora ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa aveva scatenato un putiferio con la celebre frase sui “bamboccioni” italiani. Io ritengo, invece, che con quell'espressione l'ex ministro volesse soprattutto spronare i nostri ragazzi a darsi da fare, a rimboccarsi le maniche (nonché spronare gli stessi genitori a spronare i figli). E come dargli torto, se pensiamo che la lunga tradizione dell'artigianato italiano oggi si sta lentamente spegnendo?

Non è un caso, e qui torniamo in tema, che il settore abbia perso il primato nel numero di contratti d'apprendistato a favore del Terziario (dati Isfol 2009).

Il mio intento, comunque, non è demolire quanto c'è di buono nell'intesa sottoscritta nelle scorse settimane. Ben venga, seppure in ritardo, il rilancio dell'apprendistato. La raccomandazione che, però, vorrei fare al ministro Sacconi è di reclamizzare la “rinascita” di questo strumento non tanto sui giornali (che i giovani non leggono) ma soprattutto nelle scuole, tra i ragazzi. In fondo, se rilancio deve essere, è da lì che deve cominciare.

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