L'anno della Cina/ Soldi e smog, a Pechino dove si vendono 1500 macchine al giorno
Minacce, proteste, Hillary Clinton che chiede «spiegazioni», l’opinione pubblica mondiale sconcertata. Ma qui, dove la piazza Tiananmen è solo un via vai di turisti e di poliziotti senza tracce della sua simbologia di luogo della sofferenza antiregime, il caso Google è sgonfiato con la solita legge dei numeri del social capitalismo. I cinesi sono già il primo popolo online del mondo, con 338 milioni di internauti, hanno superato l’America nel 2008 e il mercato della ricerca sul web, nonostante la censura, vale un miliardo di dollari l’anno. A presidiarlo non è Google, che ha solo il 12 per cento del giro d’affari, ma Baidu, il gigante locale del settore. Ergo, sfiatate le proteste del momento, anche questa protesta finirà nel cestino dei ricordi di cronaca.
Come la condanna a undici anni di carcere inflitta al dissidente Liu Xiaobo il giorno di Natale, tanto per evitare che qualcuno fosse distratto, con l’accusa di istigazione alla sovversione contro i poteri dello Stato. Liu, mi spiegano, non marcirà in carcere per le sue opinioni a favore dei diritti umani in Cina, ma per il fatto che ha minacciato di fare un nuovo partito in un paese che non può neanche immaginare questa possibilità.
«Legge e ordine», che significa anche niente microcriminalità o una sentenza di condanna a morte se spacci droga, è la bussola di un potere politico autoritario, senza smagliature, capace di coprire qualsiasi angolo della sua lunghissima marcia senza concedere nulla all’avversario. Interno o esterno. Se il dissenso a Pechino è polverizzato, direi di fatto invisibile, il potenziale conflitto con noi occidentali, ormai nani ai piedi del Gigante, è archiviato con i colpi di spugna dei primati a mitraglietta. Passo dopo passo, falcata dopo falcata, i cinesi stanno diventando numeri uno al mondo in tutto e per tutto.
Con una sola, vera incognita, questa sì potenzialmente autodistruttiva, rappresentata proprio dal simbolo di quelle auto che si vendono come i panini di Mc Donald: la Natura. Ciò che neanche la sferza del comunismo o l’euforia del capitalismo possono piegare al silenzio. E la Natura, come racconta il cielo di Pechino, reagisce, alza la voce e piange, fino a rendere il fenomeno di questo boom inarrestabile un’autentica incognita del mondo che verrà. Mentre le esportazioni volano e il made in China dilaga sul mercato interno e in quello internazionale, il Fiume Giallo (Hwang Ho), il primo della Cina settentrionale, la culla della civiltà locale, è diventato una cloaca a cielo aperto, dove migliaia di fabbriche scaricano rifiuti tossici e fino a 15mila litri di gasolio in un sola giornata. Con il risultato che in questi giorni 250 milioni di cinesi si ritrovano senz’acqua potabile: loro magari sognano di trasferirsi a Pechino e comprarsi la macchina americana costruita in Cina, ma intanto rischiano di morire di sete. Come se dietro il sipario con le luci del benessere a portata di mano, ci fosse ancora e solo il buio della miseria.
(1, continua)



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