Due estati di tanti anni fa

Venerdì, 4 dicembre 2009 - 13:32:00
Due estati di tanti anni fa

Zoff, il più vecchio, ora è un vecchio. Cabrini, bello da morire, si è un po' perso. Tardelli ha preso peso e lasciato per strada qualche illusione. Graziani è calvo e "indossa" tragicamente gli stessi occhiali di Mughini. Conti è libero-prigioniero della sua romanità. Collovati arrota in tv una "erre" impeccabile come i suoi anticipi di allora e le sue giacche dí oggi. Altobelli si esprime nello stesso stato confusionale di ventisette anni fa. Oriali è entrato in una canzone. Bergomi è uno «Zio» inossidabile. Antognoni, ragazzo cui la vita ha dato tutto tranne la fortuna, è rimasto un figlio felice e disgraziato di Firenze. Paolo Rossi non è cambiato: se le sue ginocchia avessero voglia, la metterebbe ancora dí rapina, da killer, come allora. Scirea non c'è più. Si è fermato su una maledetta strada polacca. Come se qualcuno gli volesse far pagare il privilegio di giocare a calcio come un dio: conducendo il gioco con la facilità, e la felicità, di chi segue un ritmo. Un blues del pallone.

L'82 è una dolcissima ossessione. Si trascina dietro tutto quello che in pochi giorni è stato. Pertini tarantolato, tutto lacrime e balzi giovanili, che firma il quarto gol della finale con la sua presenza; il «vecio» Bearzot finto compassato; Juan Carlos (la classe non è acqua) sorridente con la sua cravatta azzurra firmata; Pablito che segna col pallottoliere; Gentile che annienta Maradona; i professori brasiliani finiti dietro la lavagna e i panzer tedeschi che perdono i cingoli; l'urlo liberatorio di Tardelli, quello più composto, scandito tre volte, di Martellini. E poi l'«Italia facci sognare» del povero Cannavò; il titolo trionfale della "Gazzetta" «Campioni del mondo!»; la festa in albergo, la sera, cui manca Scirea perché è salito in camera, come se nulla fosse, a leggersi un libro; l'ineffabile Matarrese, con le sue tardive felicitazioni; le mani di Zoff che sollevano la Coppa immortalate da Guttuso e finite su un francobollo; lo scopone scientifico a quattro sull'aereo del ritorno con il Presidente che becca il portierone distratto; i caroselli esuberanti, quell'i l luglio notte, nelle piazze d'Italia, eroi loro sul campo, eroi un po' anche noi. Fratelli d'Italia. La sintesi corale della felicità. Le bandiere che sventolano. L'amore per una squadra irripetibile che ballerà una sola estate ma ci rimarrà profondamente dentro.

Ricordare è una dolce ginnastica della coscienza. La memoria va e viene, è una serie disordinata di flash che insieme fanno passato condiviso, senso di vissuto e partecipato, ma mantengono la propria identità. Ciascuno di noi ha la propria storia da raccontare, ritagliata da quel luglio lontano dal sapore di mare. Momenti, sogni, frammenti, filtri rosei, certezze inattaccabili, brandelli di vita che non moriranno mai. Ricordi indelebili, fissati sullo schermo del tempo, come il primo amore, il "sì" davanti al prete, la sera in cui uccisero JFK, quell'impietoso esame di maturità che ripercorre le notti, al confine fra l'incubo e il sogno. Un'emozione forte, fino all'ultimo dei 90 minuti, quando, come nella vita, scade il tempo, le favole smettono di rotolare e così sia. Raccontare 1'82 è raccontare come eravamo. Ragazzi. Ragazzi d'estate, pieni di sole e di mare. Ragazzi cui il calcio dava emozioni intense e brevi. Riparlarne è riprendere per mano, per un attimo, la nostra giovinezza e saldare un debito d'amore verso uno sport che è vita, sfumata dalla nostalgia.

Il calcio ritorna, eterno come le stagioni, ma gli eroi passano. Le stelle, come le lucciole, a un certo punto smettono di brillare. Ci sono sogni realizzati e sogni a metà, come l'isola che riempie l'orizzonte, si avvicina ma non c'è. Italia '90 è un sogno a metà.
Le discese in slalom di Baggio, gli occhi accesi come fari di Totò Schillaci, l'eleganza potente di Maldini, la furia di Baresi, le geometrie di Giannini, i polmoni di De Napoli, il piede ruvido di Ferri e quello stanco di Vialli, il buon senso di Vicini, ma spesso il buon senso non basta per vincere. Ci vuole la cosa giusta al momento giusto.

Un'uscita infelice di Zenga, un tocco beffardo di Caniggia, la resa nel crudele thriller dei rigori, la disperazione di Donadoni e Serena, la loro, la nostra. I gol di Totò, figlio della povertà improvvisatosi principe, non bastano. Un portiere pararigori cancella tutto. Il terzo posto è la medaglia dei poveri, la consolazione dei vinti, «bravi, bravissimi, anzi modesti», come titola, impietosa, "la Repubblica".
«Notti magiche, inseguendo un gol, sotto il cielo di un'estate italiana. E negli occhi tuoi voglia di vincere, un'estate, un'avventura in più...» Il tempo passerà rapido, su favole appena iniziate. Presto sarà autunno e la luce di Totò si spegnerà, come quegli occhi increduli, sbarrati, trasognati. Brutto anatroccolo per un attimo diventato cigno. Poster effimero di Italia '90. Un Paese immobile, le città prigioniere dell'afa, le strade deserte, le finestre spalancate, la Parietti poco vestita in tv, un sottofondo rumoroso di speranza, l'altalena delle emozioni. Poi l'urlo strozzato della delusione. È finita. L'ultimo panino resta abbandonato sul piatto, le bottiglie di birra vuote fanno malinconia. Le notte magiche non ci hanno portato fortuna. «Il calcio italiano — chiosa Giovanni-Brerafucarlo — è spettacolo nelle intenzioni e scoperta dannazione.»
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