I Wu Ming ad Affaritaliani.it: "Grazie ad 'Altai' abbiamo anche imparato a litigare..."
"Altai" è anche un romanzo politico, sul potere e sulla brama di esso. Contro il potere corrotto, le uniche "possibilità" sono il terrorismo (il romanzo si apre con l'incendio dell'Arsenale della Serenissima che può ricordare l'11 settembre) e l'astuzia (quella del "prendiculo del sultano", l'ebreo Giuseppe Nasi)? Oggi, nel 2010, è ancora possibile arrivare al potere (democraticamente inteso), e governare, onestamente?
WM4. "Altai non offre risposte compiute al problema del Potere, ammesso che ce ne possano essere. Di sicuro non avalla nessuna delle due ipotesi profilate. L'attentato all'Arsenale viene immediatamente recuperato dal potere costituito ai propri fini e la strategia astuta di Nasi mostra la propria contraddizione: far nascere l'isola di Utopia da un progetto di dominio imperiale qual era quello del sultano turco. Il punto è che entrambe le strategie, quella 'apocalittica' e quella 'integrata', sono costrette a mettere in conto una catasta di morti. Gira e rigira è sempre di fronte a quel cumulo che ci si ritrova, e questo fatto diventa più fondativo di qualunque ideale professato. Che siano trenta, cinquantamila o sei milioni, i morti finiscono per coprire l'orizzonte e condizionare l'azione. Questo non significa escludere alcuna possibilità di governo democratico e onesto nel passato come nel presente. Si può governare consapevoli dei pericoli insiti nel potere, stando attenti a come lo si esercita, o pensare che il potere esercitato con la massima autorità a fin di bene sia un prezzo necessario da pagare. Nel secondo caso di solito se ne diventa servitori, cioè tiranni, più o meno illuminati, ma comunque tali. Quello che invece il nostro romanzo racconta è di come sia sempre necessario coltivare le comunità, organizzare cogestione dello spazio comune, trovare equilibri possibili, praticare il "tahammul". Vale a dire: essere fondativi a prescindere dal potere".
Come sempre i vostri romanzi, e in generale i vostri interventi, fanno discutere, e "Altai" non è (stato) da meno. Su Libero Giordano Tedoldi, il 20 novembre scorso, ha parlato di "capolinea" per il vostro collettivo (qui l'ironica risposta dei Wu Ming). Poi sono arrivate le polemiche, con relativa replica, per le presunte imprecisioni storiche contenute nel romanzo (qui l'interessante botta e risposta con Beppe Gullino del Corriere Veneto). Senza dimenticare le accuse di "anti-venezianismo" e "anti-cattolicesimo". Le "gloriose" polemiche letterarie del passato sono un lontano ricordo (a parte alcune realtà online). Difficilmente oggi si discute, anche con durezza, dei libri. In Italia voi siete tra le pochissime eccezioni. Quando lavorate a un nuovo libro, anche incosciamente, pensate alle possibili critiche che arriveranno? E nel caso di "Altai" in particolare, la critica e i lettori, con cui vi state confrontando online e nei vari dibattiti, hanno toccato tutti gli elementi a cui tenevate, o ancora ce ne sono alcuni non individuati? Se sì, quali?
WM1. "I nodi non ancora individuati sono tanti. E' un libro in cui abbiamo sintetizzato oltre dieci anni di lavoro, di esperienza, di vita in comune, di vittorie e sconfitte. Ed è un libro ultra-denso, dove ogni parola è al proprio posto perché non potrebbe stare altrove, ogni scelta è stata ponderata, ogni frase riscritta e cesellata perché avesse proprio quel suono e quei riverberi e quelle connotazioni. Certo, noi abbiamo sempre lavorato a quel modo, ma un simile livello di maniacalità lo abbiamo toccato solo con Altai. Il romanzo contiene tanto conflitto, non soltanto nel senso che rappresenta il conflitto (guerre, intrighi, incomprensioni etc.), ma nel senso che è il risultato di un continuo conflitto interno al gruppo di autori. Non dovrebbe sorprendere, quindi, il fatto che sia stato accolto da ulteriore conflitto! In realtà ogni nostro libro, anzi, ogni nostra mossa ha come benvenuto un intenso "fuoco di sbarramento". Siamo abituati a queste reazioni scomposte, basti vedere cos'è successo con New Italian Epic: paginate e paginate di insulti, di irrisione... Noi trasformiamo tutto quanto in medagliette, che poi ci appuntiamo sul bavero. A ogni fuoco di sbarramento diventiamo più forti, mentre loro sprecano munizioni, cercando di colpirci dove non siamo (cioè nei salotti, presso certa intellighenzia romana etc.)".
Ci sono punti di contatto tra "Altai" e "New Italian Epic"?
WM1. "In copertina, la firma è la stessa. Per il resto, non saprei. Quando scriviamo, non abbiamo mai in mente la teoria, solo la prassi. Dalla prassi traiamo riflessioni teoriche, che però ci servono solo per "fare il punto". Nel frattempo, la prassi si modifica".
Il primo gennaio 2010 avete festeggiato i vostri primi dieci anni di "vita" come collettivo Wu Ming. In questo lungo tempo (sempre che sia successo) avete pensato di sciogliervi? E cosa (eventualmente) vi ha spinto ad andare avanti in questo percorso "alternativo" di ricerca e scrittura comune?
WM1. "No, mai pensato di scioglierci. Andiamo avanti perché traiamo profonda soddisfazione da quello che facciamo. Amiamo raccontare, amiamo incontrare i lettori in giro per l'Italia e per il mondo".
Nell'era dei Social Network ultrapervasivi, l'entusiasmo dei Wu Ming, pionieri di internet, convinti sostenitori della democrazia web e del copyleft, è sempre forte come all'inizio? Come vi ponete davanti alle "degenerazioni" della rete, sempre che le percepiate come tali?
WM5. "All'inizio ci colpì il carattere orizzontale, a-gerarchico, o, come si diceva allora, 'rizomatico' della rete. Questo era consonante con il nostro modo di intendere la natura della comunicazione e con le nostre idee filosofiche e politiche. Sembrava qualcosa di intrinsecamente liberante, una comunità potenziale estesa quanto il pianeta. L'entusiasmo si spiega quindi molto facilmente. Ma non esiste una 'natura' della rete: è un abbaglio idealistico. Non esiste anzi una "natura" in nulla, in nessuna cosa sotto il cielo. Riguardo alla rete, tutto dipende dall'utilizzo che se ne fa. L'utilizzo, in un sistema-mondo dominato dal capitale, tenderà a riprodurre le dinamiche esterne. E' quindi definitivamente possibile, anzi perfettamente conseguente, un utilizzo metaforicamente "snaturante" della rete, la formazione di grumi gerarchici, dinamiche alto-basso, prestatore di servizio-mero fruitore eccetera. Quel che sembra rispettare la 'natura' della rete, come l'avevamo intesa all'inizio, sono vaste sacche, isole di resistenza che sono probabilmente, e fortunatamente, inespugnabili. Non può esistere una rete davvero libera in una società-mondo dominata dal terrore e dall'ossessione securitaria, le ultime forme perverse con le quali il capitale globale crea profitto. Ma non può esistere nemmeno una rete completamente asservita a quelle logiche, perchè la rete è frutto di un momento dell'intelligenza collettiva più avanzato di quelle logiche".
Su Repubblica del 13 gennaio scorso si parlava anche di voi a proposito dell'uscita di "Tirature 2010" a cura di Spinazzola. In sostanza, si contrappone al New Italian Epic il New Italian Realism. Il pezzo di Simonetta Fiori sintetizza bene la posizione di Spinazzola. E si chiude con un 'simpatico' "Sembra quasi una pernacchia per i Wu Ming"...
WM1. "Rumore di guano che crepita e s'essicca al sole. Flebilissimo, quasi impercettibile, lo senti solo se accosti l'orecchio. Per questo non lo abbiamo sentito. Intervista non pervenuta, discussione ininfluente".



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