"L'amore alla fine dell'amore" (Elliot) di Vito Bruno, il manifesto (non solo) letterario dei padri costretti dalla legge a dire addio ai figli dopo una separazione
È andato tutto troppo veloce e io ne volevo ancora, volevo tornare indietro, all’inizio della serata, rivivere la cerimonia con la chiacchierata del mio amico Fabio – il prete che aveva conquistato tutti, vecchi mangiapreti e giovani gaudenti –, rigustarmi tutta la festa, il banchetto con i tavolini sul prato verde, gli amici e i parenti arrivati alla spicciolata da ogni parte d’Italia.
C’era stato persino chi aveva spezzato le vacanze all’estero pur di festeggiarci sull’aia di quella masseria, pur di danzare insieme alla sposa a piedi nudi sull’erba al suono delle fisarmoniche e dei violini, delle mandole e dei tamburelli.
Eri bellissima nel tuo vestito bianco indossato con la spavalda noncuranza di un prendisole. Ridevi felice. Anche tu ne volevi ancora e non volevi più andar via quando tutti sono tornati a casa. Tutti, tranne gli amici più intimi, i tuoi compagni di liceo disposti a fare baldoria a oltranza come fosse una serata qualsiasi di un qualsiasi fine anno scolastico.
Avevo dovuto trascinarti via di forza e poi, nel trullo preparato lì accanto, ti avevo sfilato il vestito bianco come a una bambina addormentata e sulla pelle avevo trovato due chicchi di riso che ci avevano lanciato all’uscita dalla chiesa, chicchi ormai ammorbiditi, cotti dal tuo calore.
È stato il mio unico pasto quella sera, il pasto più essenziale e nutriente della mia vita.
Ci ho pensato l’altro giorno, mentre mi vestivo per andare al matrimonio di mia nipote. Ho ripensato a quella notte, a quel riso, a quel corpo che mi è appartenuto intimamente. Ho ripensato a te mentre indossavo la stessa camicia, lo stesso vestito, mentre calzavo le stesse scarpe del mio matrimonio. Solo la cravatta era diversa, e ho dovuto stringere forte il nodo per fermare qualcosa che stringeva ancora più forte nella gola.
Era da qualche giorno che immaginavo quella scena. E oscuramente la temevo. Sapevo che sarei stato assalito dai ricordi. Che ci sarebbe stato un cortocircuito tra passato e presente. Per questo mercoledì scorso, nonostante fossimo tornati per tre giorni sotto lo stesso tetto, ti avevo inviato una e-mail. Per obbligarti a riflettere ancora. Per non lasciare nulla di intentato.
Nella lettera scrivevo che se c’era anche solo un piccolissimo spiraglio per salvare il salvabile, se volevi offrire ancora una piccolissima chance alla nostra storia “allora per favore considera anche l’ipotesi di partecipare a questo benedetto matrimonio. Potrebbe essere un segno che ci scambiamo io e te (e non altri, credimi) per impegnarci in questo salvataggio”.
Del resto tu e mia nipote avete più o meno la stessa età, col tempo siete diventate buone amiche, avete imbastito un rapporto che va oltre la formale cortesia familiare. E allora, mi sono detto, perché no? Magari anche un “obbligo familiare” può servire a tenere in vita una fiammella che poi può riprendere forza per proprio conto.
La tua risposta è arrivata via e-mail ed è stata cortese ma ferma: no.
E quando giovedì mattina mi sono svegliato all’alba per andar via, sei venuta in quella che era stata la nostra stanza da letto e mi hai abbracciato. Un abbraccio lungo e immobile, con la testa nascosta dietro la mia spalla. Un abbraccio infinito. Di pietra. Un abbraccio di addio.
Ho preso la valigia e sono uscito di casa di corsa. E però durante la giornata ho ricevuto diverse telefonate tue, apparentemente senza motivo. Non avevo mio figlio con me, non potevo darti notizie di prima mano visto che lui era dalla nonna materna, a Taranto.
E allora perché chiamavi?
Ogni volta quelle telefonate finivano in lunghi silenzi come di attesa, e la notte a casa di mia madre me le sono ripassate al rallentatore più volte e ancora una volta mi sono attaccato a un filo di speranza.
Per questo la mattina dopo ti ho mandato un sms: “Se ci ripensi siamo tutti, tutti contenti. Io e nostro figlio per primi”.
Anche questa volta la risposta non si è fatta aspettare. Anche questa volta cortese e definitiva: sì, se ci tieni tanto posso anche fare lo sforzo di venire laggiù, ma sarebbe una sceneggiata.
“Non vedo via d’uscita”.
Ho vestito mio figlio con gli abiti che gli avevi comprato per la cerimonia – la camicia a righe bianche e blu, il gilet blu da far indossare in serata, i pantaloncini al ginocchio pure blu, i calzini bianchi, le scarpe a occhio di bue, e un piccolo papillon bianco, regalo di mia sorella, che è durato non più di cinque minuti al collo dell’elegantone – e mi sono preparato mentalmente per andare in chiesa e poi al ricevimento in un’altra splendida masseria.
Non abbiamo molta fantasia in famiglia per ciò che riguarda i festeggiamenti, del resto non ce n’è bisogno: sono talmente belli i posti in zona che cercare altrove sarebbe idiota.
Ti farà piacere sapere che è stata una festa allegra, piena di affetto, spensierata. L’unico fuori luogo ovviamente ero io, e nonostante il mio impegno a non far trapelare nulla, anzi, mostrandomi a volte persino su di giri – troppo forse –, mi sono tradito. E mi è dispiaciuto essere l’unica ombra in un giorno di gioia nel cuore di mia nipote.



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