"L'amore alla fine dell'amore" (Elliot) di Vito Bruno, il manifesto (non solo) letterario dei padri costretti dalla legge a dire addio ai figli dopo una separazione
VITO BRUNO E LA LETTERATURA PUGLIESE CONTEMPORANEA LO SPECIALE LIBRI&EDITORIA
di Antonio Prudenzano

L'Ilva di Taranto

"Camere separate" (Bompiani, 1989), l'ultimo romanzo di Pier Vittorio Tondelli prima della fine prematura, è il libro più violentemente (e intensamente) autobiografico dello scrittore di Correggio; il doloroso racconto in prima persona di una perdita in grado di annientarti, quasi impossibile da superare, e che la mediazione della letteratura porta a definire "fenomenologia dell'abbandono".
Tondelli e il suo "Camere separate" in particolare non sono citati qui a caso. Sia perché è lo stesso Vito Bruno, autore de "L'amore alla fine dell'amore. Una lettera dalla parte dei padri" (in libreria dal 18 marzo per Elliot e che Affaritaliani.it ha letto in anteprima) a tornare nel suo nuovo libro sullo scrittore di "Altri libertini", sia perché lo stesso Bruno ha praticamente scritto il 'suo Camere separate'. Sì perché questo suo nuovo oggetto letterario, di struggente potenza, è saturo della stessa spudorata intimità del capolavoro tondelliano.
![]() Vito Bruno |
La lettura de "L'amore alla fine dell'amore" non può lasciare indifferenti. Vito Bruno si mette talmente a nudo nel dirompente racconto semiautobiografico della fine del suo matrimonio e della successiva separazione forzata da suo figlio, da lasciare a tratti il lettore senza parole, addirittura sconcertato.
Siamo nella Roma deserta di un agosto di fine Anni Zero. E' una notte (insonne) di sudori, rimpianti, riflessioni, lacrime, voglia di sfogarsi, di riprovarci, di tornare indietro (una notte di voglia di odiare, di amare, una notte di ricordi, di silenzi sconquassanti, di ululati di dolore trattenuti nell'anima...), quella in cui la dilaniata voce narrante (" faccio un ultimo sforzo e dopo tutto quello che mi hai tolto, provo a cancellare quello che riguarda me come persona. Chissenefrega di vitobruno. Amen!", così l'autore-protagonista nelle ultime pagine) scrive a quella che sta per diventare la sua ex moglie (lui ha vent'anni più di lei) dopo sei anni intensi passati insieme (e nel libro non manca il racconto dei tanti bei momenti vissuti insieme).
Una lettera che può diventare il manifesto (non solo) letterario di migliaia di padri costretti dalla legge alla separazione forzata dai figli in seguito a una separazione. Una lettera che è un grido di rabbia inevitabilmente impregnato di senso d'impotenza ("Non ce la posso fare adesso. Non sono in condizione di iniziare la guerra. Già solo sfiorare il pensiero che tu possa togliermi mio figlio mi pietrifica. Immaginarlo come plausibile, anzi, realisticamente molto probabile, quasi certo, mi uccide"). Allo stesso tempo, però, questa è anche una lettera di amore e di speranza: per papà Vito Bruno il suo bambino è praticamente tutto. L'amore nei suoi confronti è totalizzante, vitale. E le speranze nei suoi confronti infinite. Tanto che le pagine più commoventi sono proprio quelle in cui lo scrittore di origini pugliesi parla di lui. Giusto quindi chiudere con questa descrizione dell'ultima vacanza prima della separazione: "Per tutto quel mese, non avevo fatto altro che occuparmi di lui, giorno e notte, senza un attimo di noia, senza alcuna fatica, anche se la sera crollavamo tutti e due morti di stanchezza sui rispettivi lettini. Mi ero così abituato alla sua presenza al mio fianco che era diventato impossibile immaginarmi senza di lui. Figuariamoci immaginare qualcuno che deliberatamente volesse portarmelo via, separare un padre da un figlio: la cosa più assurda e innaturale del mondo. E invece, proprio questo stava accadendo adesso. E per mano non di uno sconosciuto, ma della donna che ho amato di più al mondo...".
IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT LE PRIME PAGINE DE "L'AMORE ALLA FINE DELL'AMORE" DI VITO BRUNO. PER GENTILE CONCESSIONE DELL'EDITORE ELLIOT 
La copertina
Tornando a casa
Sono arrivato a casa alle nove di sera, con due ore di ritardo. Un viaggio infinito. Neanche arrivassi dall’America. Fa un caldo boia. Umido. È il 10 agosto, notte di san Lorenzo. Notte di stelle. Io neanche l’ho visto il cielo. Neanche ho alzato lo sguardo da terra. Adesso che ci penso non ricordo nulla di quello che ho fatto nell’ultima ora. Mi sono mosso come un aereo senza scatola nera. So soltanto che sono atterrato e basta.
Non ho una sola immagine nella memoria. Niente. Un unico pensiero largo e fermo come un’acqua stagna, che lentamente mi ha sommerso e non mi ha fatto più respirare.
Sono tornato in me quando ho girato le chiavi nella porta di casa. Mia.
Ho pensato che ho soltanto un’ultima rata di mutuo da pagare. Una liberazione. Aspettavo questo momento da quindici anni. Pensavo sarebbe stato bello, un evento da festeggiare.
Pensavo.
L’odore di casa mi è saltato addosso come un vecchio cane fedele che corre a leccarti. Ho divaricato le narici al buio e ho capito che c’era stata Alena, la nostra donna di servizio, l’infaticabile e silenziosa signora ucraina, che esagera sempre con i detersivi, ma poi sì, sullo sfondo di pulito senti affiorare più nitido l’odore di chi ci abita – il mio e il tuo, fusi ormai in un unico indistinguibile, a cui da quasi due anni si è aggiunto un odore di bambino.
Del nostro bambino.
Quello sì, inconfondibile.
Ho acceso la luce e ho visto esattamente ciò che mi aspettavo: il mobile grigio comprato quand’ero ancora single dopo i lavori di ristrutturazione, i libri ammucchiati sullo scaffale, la mensola inclinata che aspetta da una vita di essere raddrizzata, la pila di lettere e fatture accatastate vicino al telefono, la cornice d’argento con la foto mia, tua e di nostro figlio, poggiata a faccia in giù sul mobile rosso ciliegia – il regalo di matrimonio di mio fratello, tre anni fa.
Quasi.
L’anniversario ricorre tra dieci giorni per l’esattezza.
Ricordi?, il 20 agosto del 2006 fu una serata spettacolare giù in Puglia, l’unico sabato caldo e sereno in un’estate piovosa e fredda. Per mesi, io, tu e le nostre rispettive famiglie ci siamo raccontati ridacchiando la fortuna che abbiamo avuto a beccare l’unica sera buona a disposizione. Nella chiesetta in cima alla collina dove ci siamo sposati, alle sei di pomeriggio faceva sì, caldo, ma già quando il sole aveva iniziato a scivolare dietro il bosco in un tramonto spettacolare come solo in quel cielo levantino e solo in quel preciso periodo dell’anno, che ha già le morbidezze di settembre, si stava bene. Benissimo. La notte poi ci è scesa addosso come un respiro leggero ed è finita in un attimo.



Commenti
Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.



















