Una famiglia normale/ La postfazione di Chiara Bertone: "Così sta cambiando l'immagine pubblica della famiglia"
di Chiara Bertone
sociologa
L’autore di questo libro si fa portatore di una buona notizia: l’omosessualità non rompe i legami familiari. Il percorso che ci propone, attraverso le voci dei suoi familiari, ci dice molto di più: ci dà un’idea di come si trasformano, dopo che l’omosessualità è diventata visibile. Ci ricorda anche come qualsiasi famiglia in realtà si trovi a fare i conti con i tanti modi di vivere l’eterosessualità e l’omosessualità. Quest’ultima infatti è la cartina di tornasole, l’elemento di rottura grazie al quale emergono incertezze e contraddizioni che fanno sempre parte del fare famiglia: mostra quanto sia complesso mettere in relazione i vari percorsi di vita, le aspettative dei genitori con il desiderio dei figli di costruirsi la propria strada, la pressione a conformarsi a quello che si pensa ci si aspetti da una “famiglia normale” con il rispetto dei sentimenti e delle inclinazioni di ciascuno e con l’autenticità nella comunicazione in famiglia.
La famiglia è spesso presentata come se fosse una scatola nera: sappiamo tutti cos’è e come funziona. Lo sguardo da vicino che ci offrono le interviste di questo libro ci mostra quanto invece la sua definizione sia molteplice ed incerta. Cosa fa famiglia? Le risposte sono tante e spesso contraddittorie, non solo all’interno della stessa famiglia, ma anche per una stessa persona, o addirittura in una stessa frase. Emblematica è la risposta della madre di Stefano: famiglia è “una coppia con figli”, ma anche quella “composta da un uomo e una donna”, ma anche quella definita dal matrimonio, che esclude le coppie di fatto (“Filippo e la compagna non sono una famiglia”), ma anche qualcosa di più profondo, che non dipende dalla composizione ma dalla qualità dei rapporti (“Alle volte non vedo famiglia nemmeno tra me e tuo padre quando non ci parliamo”). Per il fratello, la famiglia è una coppia che si vuole bene, anche senza figli, anche dello stesso sesso, anche senza matrimonio, da quando però comincia a vivere sotto lo stesso tetto, perché “famiglia è vivere insieme e condividere tutto, gioie e... rogne”.
Se si considera famiglia quella composta da uomo e donna coniugati con figli, allora in Italia sono una minoranza, come in questo libro, dove ci sono anche due donne sole e due coppie conviventi.
I modi in cui le famiglie affrontano l’omosessualità ci dicono quindi molto anche su come è costruita l’eterosessualità, come permea la vita quotidiana, le aspettative per il futuro, l’immagine pubblica della famiglia. L’omosessualità arriva come un imprevisto, che impone di riflettere su quello che prima si dava per scontato. In un processo spesso lungo e faticoso, ogni famiglia si trova a ripensare le sue regole, rinegoziare i rapporti, decidere quale immagine mostrare all’esterno. Anzi, dobbiamo parlare al plurale: ogni genitore, fratello, zia, nonna, trova il suo modo di dare senso alla situazione. La molteplicità dei personaggi intervistati qui ci ricorda infatti che le famiglie sono tante quante le voci che le raccontano. Solo ascoltandole direttamente possiamo ricostruire questi percorsi, comporre mosaici, più che quadri unitari, di famiglia.
Il mosaico che ci presenta questo libro ha molti dei tasselli che ritroviamo nelle (poche) ricerche che hanno dato voce direttamente ai familiari: in Italia se ne è appena conclusa una molto ampia, che ha raccolto con questionari ed interviste le esperienze di oltre 200 genitori, fratelli e sorelle di giovani gay e lesbiche, divenuti visibili in famiglia prima dei 23 anni. Si ritrovano le difficoltà dei familiari nel fare i conti con i propri pregiudizi, la centralità del lavoro emotivo e di relazione delle madri, l’importanza del tempo, il bisogno di informarsi, di trovare esperti che rassicurino e possibilità di confronto, le complesse negoziazioni intorno a come, e a chi, fare “coming out” come familiari di un omosessuale, il gioco di regole e confini nell’includere la coppia omosessuale in famiglia.
Disponibilità a mettersi in discussione, a cambiare opinione, ad “accettare” percorsi di vita sempre più differenziati: l’immagine complessiva sembra quella di una grande apertura della famiglia. Nelle interviste si sente però anche tutta la forza di una visione che resta ancora prevalente, secondo cui l’eterosessualità è comunque la forma più naturale e superiore di affettività e sessualità; agli omosessuali si chiede di trovare un proprio posto nel mondo senza sfidarla. Possiamo riconoscere questa visione nella possibilità del rifiuto che viene spesso evocata, anche se per prenderne le distanze, e nelle condizioni dell’accettazione.
L’idea stessa che si possa rifiutare un familiare perché omosessuale è legata alla costruzione dell’omosessualità come qualcosa di estraneo alla famiglia, incompatibile. E’ una costruzione che assegna agli omosessuali, destinati ad essere dei senza famiglia, un destino di sofferenza, e serve a rassicurare tutti gli altri che, non essendo come “loro”, si possono definire famiglie normali, quindi ovviamente felici.
In realtà, come succede nella grande maggioranza delle famiglie, ci dice l’autore di questo libro, il rifiuto totale è abbastanza raro. E’ quanto emerge anche dalle ricerche nel nostro Paese che hanno indagato la prospettiva di lesbiche e gay sulle loro famiglie, come quella ormai famosa di Barbagli e Colombo. Secondo questa ricerca, circa la metà degli omosessuali intervistati era visibile alla madre, e una proporzione leggermente inferiore al padre. Di questi, il 44% dei gay ed il 40% delle lesbiche raccontano di reazioni positive delle madri; per i padri sono il 37% tra i gay e il 40% tra le lesbiche. Anche secondo una analoga ricerca in dimensione più locale, sull’area metropolitana torinese, erano molte le reazioni positive, o comunque non negative, mentre i casi di una prima reazione di rifiuto violento erano il 10% . E’ importante comunque ricordare che ci sono situazioni difficili in cui giovani lesbiche e gay sono cacciati di casa, e che, anche senza un rifiuto aperto, la violenza in famiglia prende tante forme, non solo quella fisica, ma anche quelle psicologica ed economica, o la limitazione della libertà di movimento.
Anche per le famiglie che cercano di non rompere il legame, di accettare, ci possiamo però chiedere: ma cos’è, veramente, che si “accetta”? Se nelle pratiche vediamo la flessibilità, la capacità di mediare, nei discorsi, tra le righe delle interviste, scopriamo un grande desiderio di trovarsi – e di mettere il familiare omosessuale - dalla parte giusta di una qualche divisione tra normali e diversi. Ti accetto perché, sebbene tu sia omosessuale, non sei come quegli altri là: quelli che non sono seri, che non hanno un aspetto pulito, che hanno un look ridicolo, che fanno pagliacciate, che si esibiscono, che manifestano, come “quelli che scioperano ed esagerano”. E nemmeno sei un delinquente, un drogato o un transessuale. Sei un gay molto regolare, come direbbe Robert Connell, famoso studioso della maschilità, che deve dimostrare continuamente la sua normalità. Se avessi potuto, saresti stato eterosessuale; dato che sei nato così – è la spiegazione che si danno anche oltre l’80% dei genitori nella ricerca sui familiari prima citata - dobbiamo accettarti, ma speriamo che assomigli il più possibile ad un uomo molto regolare, con una famiglia normale. Un gay regolare non dà nell’occhio, si comporta da maschio. Può essere rispettabile e felice – come del resto ci si aspetta per gli eterosessuali – solo se ha una coppia stabile, di quelle che durano tanti anni, ma da vivere nel privato, nell’invisibilità, senza posto nello spazio pubblico. E, se proprio deve manifestare, lo fa con discrezione; come dice un padre nella ricerca sui familiari prima citata, l’ideale è che faccia “un Pride in silenzio”.
E’ un modello in cui non ci sono spazi per le sfumature del genere (devi corrispondere a quello che ci si aspetta da un uomo, o da una donna) e dell’orientamento sessuale (la bisessualità non è considerata), né sono previsti altri modi di vivere l’affettività e fare famiglia che non siano la coppia stabile. Questo modello sta stretto a molte donne e molti uomini, non solo omosessuali. Fortunatamente, oltre ad essere smentito quotidianamente nella pratica delle famiglie, continua ad essere sfidato da tanti con l’azione collettiva, perché il futuro non sia (soltanto) uno in cui neanche gay e lesbiche si potranno sottrarre alla domanda dei parenti “ma quando ti sposi?”, ma anche uno in cui ciascuna e ciascuno trovi, in famiglia e fuori, possibilità e spazi di riconoscimento per i propri progetti di vita.



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