Una “non-recensione” di “Si chiama Francesca, questo romanzo” di Paolo Nori
Marcos y Marcos riporta in libreria “Si chiama Francesca, questo romanzo” di Paolo Nori. Per raccontare il romanzo, immaginiamo un viaggio con lo scrittore. E così fantasia e realtà si mescolano, ed è l'occasione per parlare della trama del libro, della copertina e dello stile di Nori... Una “non-recensione” scritta omaggiando, tra l'altro, lo stesso stile letterario che ha reso celebre lo scrittore emiliano. Forse perché, dopo aver letto un suo libro, è difficile non farsi contagiare...

di Chiara Besana
Paolo Nori l’ho visto per la prima volta a Torino fuori dal Salone Internazionale del Libro molti anni dopo aver letto Bassotuba non c’è all’Osteria del Sottovento, quando Gessica aspettava che io finissi il turno e c’era da tagliar corto con l’oroscopo di Carlo, il barista, e mi aveva chiesto Ma te l’hai letto Bassotuba non c’è? I critici dicono che Paolo Nori scrive sempre lo stesso libro e anche Gessica una volta mi disse la stessa cosa che dicono i critici. Solo che lei quella volta lo diceva con soddisfazione che si capiva che era felice che un libro di Paolo Nori fosse così tanto alla Paolo Nori.
Dicevo che ho visto Paolo Nori al Salone del Libro di Torino che se ne stava fuori seduto su un muretto insieme a una ragazza molto giovane, e lui le parlava, e la ragazza sorrideva e forse anche lei era seduta sul muretto, non ricordo, ma stava per venire un temporale che solo a Torino, in Maggio. E loro stavano fermi lì. E lui parlava e parlava e io pensavo ma chissà cos’ha da dirle a quella ragazza, Paolo Nori, e lei sorrideva moltissimo, si capiva che Paolo Nori era un suo caro amico o che forse era innamorata dello scrittore Paolo Nori, ma sicuramente non era un’addetta dell’ufficio stampa, non all’imbrunire di una domenica fuori dal Salone del Libro di Torino, in Maggio. Quella volta ho pensato che mi sarebbe piaciuto andare lì da Paolo Nori e dirgli Ciao. Sai che ho letto Bassotuba non c’è a quindici anni invece di seguire le lezioni di fisica? Ma la ragazza giovane sorrideva e Paolo Nori parlava e io ho pensato che era meglio prendere un taxi all’Hotel Genio ho detto al taxista, e ho guardato Paolo Nori e la ragazza diventare sempre più piccoli. Si chiama Francesca, questo romanzo è stato da poco ripubblicato da Marcos y Marcos. Proprio all’inizio c’è scritto Allora i romanzi, ci vorrebbe una macchina miracolosa così, per risalire dal romanzo alla vita di quello che scrive il romanzo, solo la gente è difficile che lo capisce, la gente gli basta che vede una cosa stampata, ci crede subito, quello che vede.
Ho perso il numero di telefono di Paolo Nori perché a Natale il mio telefono se ne è andato per un gesto falotico. Falotico è un aggettivo che piace molto agli adelphiani e che se è scritto bene non è un errore di stampa, significa balzano stravagante vi risparmio di andare a vedere sul dizionario ci sono già andata io. Questa frase è un omaggio. Quindi ho chiesto il numero a un amico e ho chiamato Paolo Nori e gli ho detto Ti ricordi di me? Lui dopo un po’ si ricordava. Poi è stato un gran dire come va e come stai e cosa fai e cosa fai tu e come stai tu, e così. Ho visto che è appena uscito, gli ho detto. Ma che bella la copertina. Più bella di quella di Einaudi. Pensa che piace anche a mio fratello quello piccolo, quello che si chiama come te. Mentre giocava con la PSP mi ha detto Chiara cosa leggi? La storia di uno che forse trasloca poco distante dalla stazione di Bologna in un appartamento ammobiliato, gli ho risposto poco gentile perché mi aveva interrotto nella lettura. Il disegno mi piace, e mi si è fatto vicino per stiracchiare la copertina e guardarla meglio, la storia com’è? Come la storia che racconta Aleksandr Pjatigorskij in Filosofia di un vicolo, gli ho risposto, ché ero arrivata a quel punto del libro.
Allora ho chiamato Paolo Nori e gli ho detto ascolta Nori, vieni con me a Dozza domani pomeriggio? Ti passo a prendere con la macchina, poi andiamo a Imola, passiamo davanti al grattacielo che non ci possiamo sbagliare perché è l’unico, e partiamo da lì, che poi te lo spiego perché partiamo da lì. A me guidare piace moltissimo e poi se devi trovarmi un difetto non è che quando guido tiro su dei gran marciapiedi come quella tua Francesca là. Io guido da dio, gli ho detto.
Giovedì alle tre del pomeriggio Paolo Nori è lì col suo cappottino e il suo cappellino sul marciapiede dal lato giusto, io accosto e lui mi vede e sale e mi dice Ciao guardando dritto davanti, e io Ciao gli dico guardandolo, sono contenta che vieni con me. Ti metto l’ultimo dei Ravenoettes che secondo me non l’hai sentito ed è molto bello. Immagina delle chitarre surf riverberate e cupe come quelle dei Cure, solo che sono due danesi che vivono a New York e lei è uno schianto.
Io metto la prima e poi la terza finanche la quarta mentre canto When I’m terrified I close my eyes, when I’m sad and blue I chose to fight, Paolo Nori guarda fuori dal finestrino mentre passiamo tre volte dall’ospedale di Imola perché devo prendere la via Emilia andando verso nord e poi girare su a sinistra e gli racconto di quando conoscevo uno che si era trasferito a vivere da Dozza in Brianza, e poi per colpa mia era tornato a Dozza e quando ripenso a quella cosa che è successa anni fa mi vergogno tanto che vorrei fare come diceva mio nonno e mettermi a letto a piangere finché non passa tutto, solo che mio nonno me lo consigliava per il raffreddore e per gli altri malanni non funziona bene, mi sa.
Poi dopo aver letto Si chiama Francesca, questo romanzo ho anche ammesso che quella tra me e quello che si era trasferito da Dozza in Brianza e poi di nuovo a Dozza era stata una storia d’amore, tra le altre cose, e avevo deciso di vedere almeno una volta questa Dozza dato che non mi ci aveva portato nemmeno una volta in gita, quel mio amico là, a Dozza. Andiamo a destra o a sinistra secondo te? Siamo girati di qua, andiamo pure di qua, mi ha detto Paolo Nori che a me sembrava di averla già sentita quella frase lì, ma dopo dieci minuti neanche eravamo a Dozza e ci siamo fermati in curva dove si vedeva tutta la piana di Imola sotto che era tutta grigia e anche quella storia di quello che da Dozza era andato in Brianza, in quel momento che ci stavo ripensando, era tutta grigia, e non so se avevo fatto proprio bene a voler andare lì a Dozza, con Paolo Nori, in inverno poi. Allora forse Paolo Nori mi ha visto che ero un po’ tutta grigia pure io come il paesaggio e mi ha detto andiamo a bere una birretta che conosco un bar a Imola che ci sono venuto una volta per una presentazione. Ma già che c’eravamo gli ho detto che mentre leggevo Si chiama Francesca, questo romanzo ho pensato che ci sono due momenti che valgono tutto il libro a prescindere, come diceva quello là. Che uno è Come son messo, che se uno mi dicesse delle cose come quelle che aveva scritto lui in quel capitoletto, io capitolerei subito. Poi c’è quella parte in cui il protagonista deve andare a prendere la sua amica che si chiama Francesca e sappiamo che qualche tempo prima ha avuto un bruttissimo incidente con una gravissima ustione che lo costringe a portare una tutina che fanno in Irlanda anche se ti prendono le misure a Milano e che costa moltissimi soldi, una tutina speciale che impedisce alla pelle di ricrescere troppo velocemente e di fare tante cicatrici che dopo sarebbero antiestetiche, che devi lavare tutti i giorni e che se non la indossi bene può succedere che un piede ti sanguini facendoti camminare poco ratto ma con passo zoppino e agile, e sappiamo anche che il protagonista dovrà sottoporsi a un’altra operazione prima asimmetrica poi simmetrica alla testa, sempre però molto delicata e che quel giorno che deve arrivare la sua amica Francesca il protagonista indossa un cappottino e un cappellino mentre attende il bus numero dodici che lo porterà alla stazione dove arriverà il treno con la sua amica Francesca dentro, e gli scappa l’occhio dall’altra parte della strada e vede in una vetrina il riflesso di un omino in un cappottino con un cappellino in testa, patito, sciupato, malato. E avvicinandosi alla vetrina l’immagine si allarga sempre di più e lui sta lì a guardarsi e chiedersi E be’? Che roba è?
E dopo succede una cosa che speri non ti possa mai succedere mai nella vita, una di quelle cose che mi hanno fatto pensare alle Lettere mistiche di Santa Caterina da Siena e insieme a quella volta che ero in ospedale e c’era tutto il letto sporco e mi ero svegliata dall’anestesia urlando, e poi segue la fuga dell’omino protagonista sull’autobus e quella storia di Gary Cooper che fa sorridere a mezzo e poi l’omino arriva in stazione, dove proprio mentre sta ponderando se nascondersi o meno, compare Francesca, che è così bella, e gli dice Ciao, come stai? E lui risponde Eh, in alto i cuori. Ecco quella parte lì del libro penso sia perfetta, che non ti facevo capace di tanta delicatezza, gli dico a Paolo Nori mentre guido in discesa per andare a bere una birretta in una bar di Imola, che io una cosa così non l’ho mai vista scrivere a nessuno, tanto che poi alla fine mi è venuta anche voglia di leggere un libro di filosofia sufi.
(questo è un testo di fantasia, che prova a raccontare in modo diverso un romanzo - e uno stile - molto particolare)


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