Tutte le famiglie sono (un po’) psicotiche...
Isbn edizioni sta ripubblicando l'opera di Douglas Coupland. E mentre arriva in libreria il nuovo romanzo "Le ultime 5 ore", in contemporanea esce pure la ristampa di "Tutte le famiglie sono psicotiche" (LEGGI UN ESTRATTO SU AFFARITALIANI.IT): divertente come i Tenenbaum, emozionante come Little Miss Sunshine, questo libro racconta vizi, follie e sogni di una famiglia disfunzionale impossibile da dimenticare...

Tutte le famiglie sono un po’ psicotiche. Ma i Drummond, perfetto concentrato delle nevrosi dei nostri tempi, lo sono molto più di altre. Janet, la mamma, è sieropositiva per colpa del figlio Wade. Che, come se non bastasse, ha trasmesso la malattia anche alla nuova moglie-trofeo di suo padre, il burbero Ted. Bryan, il fratello depresso, ha tentato il suicidio un paio di volte per poi fidanzarsi con una pseudo-no-global dal nome incomprensibile, Shw.
L’improbabile gruppo si riunisce dopo anni per assistere al viaggio nello spazio dell’astronauta di famiglia, Sarah. L’incontro sarà il detonatore di una serie di eventi imprevedibili sotto il cielo della Florida, tra Disney World e Cape Canaveral, all’inseguimento di una busta misteriosa, alle prese con un losco uomo d’affari dal cuore tenero e in fuga da una bizzarra coppia di trafficanti di neonati. Tutte le famiglie sono psicotiche è una storia esplosiva, ricca di dialoghi brillanti, colpi di scena e situazioni paradossali. Divertente come i Tenenbaum, emozionante come Little Miss Sunshine, questo libro ci racconta i vizi, le follie e i sogni di una famiglia disfunzionale impossibile da dimenticare.
L'AUTORE - Douglas Coupland è l’autore del bestseller Generazione X e di numerosi altri romanzi, tra cui Microservi e Fidanzata in coma. Isbn Edizioni ha pubblicato Generazione A (2010), Marshall McLuhan (2011) e Le ultime 5 ore (2012).
SU AFFARITALIANI.IT UN ESTRATTO DAL ROMANZO
(per gentile concessione di Isbn edizioni)
Il mattino dopo Nickie telefonò a Janet, che era in camera da sola, e oziava sul letto, muovendo le dita dei piedi e godendosi la morbidezza della coperta.
«Come va la tua bocca?»
«Meglio di ieri.»
«Bene. Sai una cosa? Sto diventando matta qui a Kissimmee. Questo posto è un mortorio. Ted è andato con gli altri a Disney World. La sola idea di Disney World mi dà il vomito.»
«Allora» iniziò Janet «perché non andiamo fuori a mangiare qualcosa?»
«Ottima idea. Passo a prenderti con la macchina di Ted. E cosa mi dici di Sua Santità? Dovremmo invitare anche lei.»
Beth in quel momento stava vomitando nel bagno, in preda a una nausea mattutina. «Non credo sia una buona idea.»
Janet fece una pausa. «Forse invece dovrei chiamare Shw.»
«Cosa? Ma per quale motivo?»
«Protocollo, immagino. Potrebbe essere la madre del mio primo nipotino.»
«Non so... A me sembra un po’ fuori di testa. E quel nome che ha...»
Janet si fece passare la stanza di Shw. «Ciao, sono Janet.
Hai mangiato qualcosa, oggi?»
La risposta fu appena udibile: «No».
«Nickie e io andiamo a farci un caffè da qualche parte. Infilati un vestito pulito, datti una sistemata al trucco, e ci vediamo tra mezz’ora nella hall. Che ne dici?»
«Io non mi trucco mai.»
«Ma verrai?»
Un silenzio. «Sì.»
Clic.
Mezz’ora più tardi Nickie passò a prendere Janet all’ingresso principale dell’hotel, in mezzo a un andirivieni da stazione ferroviaria. Janet portava occhiali da sole avvolgenti da rockstar degli anni settanta, e vestiti Gap, molto giovanili.
Fosse solo per i vestiti, potrei passare per una giovane barista di St Paul, Minnesota.
«Gwendolin viene o no?» chiese Nickie.
«Gwendolin?»
«Shw è un nome troppo stupido.»
«Eccola che arriva.»
Shw saltò sul sedile posteriore, salutandole entrambe con un grugnito. «Sono di ottimo umore» disse subito dopo. «Non prendete il mio grugnito nel modo sbagliato.»
«Cosa c’è di nuovo, oggi?» le chiese Nickie.
«Bryan voleva che lo accompagnassi a Disney World. Mi ha supplicato fino a disgustarmi.»
Janet cambiò discorso. «Quel parcheggiatore lì davanti è proprio carino.»
«No» disse Nickie. «Sei tu che sei arrapata.»
«Ah, finalmente qualcuno che mi tratta come un essere dotato di sessualità.»
Proseguirono nel paesaggio che si fondeva nel calore. A
un tratto Nickie chiese: «Non c’è qualche evento organizzato
dalla NASA, oggi?».
«No. Giornata libera.»
«Ah.» L’auto restò immobilizzata a un semaforo rosso, tra una folla di camper e auto a noleggio rosse e bianche.
«Sarah è davvero in gamba, vero?» disse Shw.
«Suppongo di sì.»
«È in gamba anche nella vita normale?»
Janet ci pensò su. «Anche tra gli astronauti ci sono sicuramente tradimenti e pugnalate alla schiena con cui confrontarsi. Pensa alle centinaia di persone che non sono state scelte per questo volo nello spazio.»
«Credi che abbiano scelto Sarah solo perché è handicappata?» chiese Shw.
«Sei l’unica persona che ha pronunciato queste parole ad alta voce» disse Janet.
«È una domanda abbastanza naturale.»
«Lo so, e mi infastidisce il fatto che nessuno la faccia mai. Il silenzio è soffocante.»
«Com’era?» chiese Nickie.
«Com’era cosa?»
«Con Sarah. La mano mancante e tutto il resto.»
Janet si concentrò per dare una risposta accurata. «Da ragazza, mi dicevano sempre di essere brava e di presentarmi bene. Tutte le mie nozioni di valore personale si basavano
sull’aspetto fisico e sul comportamento. Credo di non aver mai conosciuto davvero neppure una sola persona, da giovane. Ed ecco che con Sarah andavo al supermercato, o ai giardini pubblici, e la gente notava che le mancava una mano, e dalla loro reazione in un lampo io vedevo dentro di loro. Capivo se erano gentili o cattivi, stupidi o altro. Per molto tempo non mi resi neppure conto di ciò che vedevo. Tutte quelle nuove informazioni che mi venivano gettate in faccia. Non le volevo, non le avevo chieste! Cercavo di ignorarle, e non ne parlavo mai con nessuno. Malgrado ciò che forse avete sentito dire, negli anni sessanta la gente era molto arretrata.
«Tu quando sei nata, Shw?» la interruppe Nickie.
«Nel 1982.» Il silenzio di Shw dopo quella risposta scoraggiò ulteriori domande. Nickie disse: «Allora, Janet, qual è la storia di Bryan? Voglio dire, come mai non è un agente di borsa, o qualcosa del genere? È un bel ragazzo, a parte quella pettinatura assurda».
Shw scagliò a Nickie un’occhiataccia attraverso lo specchietto retrovisore, e Janet rispose che Bryan aveva sempre seguito una direzione sua. Poi si voltò e disse: «E qual è la tua storia, Shw?».
«La mia storia?»
«Sì. Da dove vieni? La tua famiglia, eccetera.»
«Sono di Lethbridge.»
«Lethbridge. Una zona molto bella di Alberta. I tuoi vivono lì?»
«Mio padre. Mia madre sta in Nuova Scozia, con un tipo che costruisce modellini di navi. Non la vedo mai.»
«E tuo padre cosa fa di lavoro?»
«Insegna teoria marxista all’università.»
«Un marxista.»
«Già. Pieno di merda.»
«Credevo che anche tu avessi idee piuttosto radicali.»
«Forse. Ma lui è imbarazzante. Crede ancora a quelle stronzate comuniste. Al giorno d’oggi, è come credere nell’idea di bruciare le streghe. Il vero demone è la globalizzazione, mescolata con la scienza. Mio padre invece non riesce a vedere al di là del suo patetico disprezzo per il ceto medio... Oh, scusatemi, volevo dire la classe borghese.»
Janet cambiò argomento. «E che ci dici di te, Nickie? Qual è la tua storia?»
«Niente d’importante. Sono soltanto una ragazza borghese che ha aspettato troppo prima di prendere alcune decisioni importanti della vita. In quanto a quelle che invece ho preso, non sono state molto azzeccate.»
«Per esempio?»
«Per esempio in questo momento ho una gran fame.» Indicò un ristorante. «Andiamo lì, che ne dite? C’è scritto che la pancetta extra costa solo diciannove centesimi per tutta la settimana.»
«Io sono vegetariana» disse Shw. «E inoltre in questo periodo ho le nausee mattutine.»
Nickie svoltò nel parcheggio. Poi entrarono nel ristorante e chiesero un tavolo. Ogni cosa, lì dentro, sembrava essere arancione, porpora o marrone.
«Oh, mica male, quel tipo» disse Nickie, quando il cameriere le lasciò sole con i menu.
«In questo ristorante non c’è un solo piatto senza carne» disse Shw, asciugandosi il naso. Un raffreddore allo stato iniziale.
«Voi vegetariani siete un branco di maniaci» disse Nickie.
«Ordina un piatto di frutta, no?»
«Probabilmente la frutta la tagliano sul ceppo dove affettano le bistecche.»
«In un posto come questo» disse Nickie «il tuo piatto di frutta probabilmente è stato preparato lo scorso febbraio in un laboratorio del Tennessee specializzato in piatti di frutta.»
«Oh, guarda» disse Janet, con il suo tono cinguettante del 1956. «Uova strapazzate. Interessante.» Il suo tono materno persuase le altre due a dare un’occhiata più approfondita al
menu. Janet intanto aveva tirato fuori dalla borsa un portapillole, e lo appoggiò sul tavolo.
Nickie sgranò gli occhi. «Accidenti, quel portapillole è grande come una scatola da cucito. Dovrò comprarne uno così anch’io?»
In quel momento tornò il cameriere, di nome Kevin, come diceva il cartellino che aveva sul petto. «Questo è niente» disse.
«In questo ristorante ho visto gente con portapillole grandi come valigette.»
Janet indicò Nickie con un cenno del capo. «Noi due abbiamo l’Aids.»
«Ce l’ho anch’io» disse il cameriere.
«Oh, che bella riunione» disse Nickie.
«Mi piacerebbe restare con voi a scambiarci un abbraccio di gruppo, ma il mio capo vuole affrettare le cose, qui. Dieci minuti fa è arrivato un autobus di turisti francesi, l’incubo di ogni cameriere, perciò devo prendere le vostre ordinazioni immediatamente. E non preoccupatevi per la mancia.»
Le donne ordinarono rapidamente, mentre dall’altra parte del ristorante veniva un gran brusio parigino.
«Be’, c’è qualcuno in famiglia che non è malato?» chiese Shw a Janet.
Nickie la fissò e cercò di cambiare discorso. «Ho sentito che non sei troppo entusiasta di avere un bambino. È vero?»
«Oh, guarda. La Moglie Trofeo sa anche parlare.»
«Sei una regina delle buone maniere» disse Nickie. «Se può farti sentire meglio, io l’ho già fatto una mezza dozzina di volte.»
«Cosa?»
«Ho abortito.»
«Devo andare in bagno» disse Shw, e si allontanò in fretta.
«Pensavo che l’idea di trovarsi nella stessa barca con un relitto come me potesse indurla a pensarci due volte prima di fare azioni avventate» disse Nickie a Janet.
«Tu non vuoi avere figli?»
«Vorrei, ma sarei un disastro, come madre.»
«Non credo.»
«Grazie per la stima. Comunque non possiamo permetterci di avere figli.»
«Già, dimenticavo. Lui è al verde, vero?»
«Siamo completamente a terra.»
«Ma siete andati a pesca di lucci.»
«Invitati da uno dei suoi cosiddetti amici. Sai cosa abbiamo mangiato qui, dal momento del nostro arrivo fino ad ora? Nachos e salsa. E hot dog. Ci siamo fermati a un discount poco lontano dall’aeroporto.» Nickie si guardò le unghie, e sembrò trovarle abbastanza in ordine. «Detesto essere povera. Lo detesto sul serio. E mi fa incazzare il fatto che non riesco a lasciare Ted.»
«Questa è una delle cose più romantiche che abbia udito da mesi.»
«E la cosa che mi fa incazzare ancora di più» continuò Nickie «è che quando saprà che ho l’Aids probabilmente sarà lui a lasciare me.» Bevve un sorso di caffè. «Forse lo sto giudicando male. Non mi importa di morire. E questi cocktail di medicine contro l’Hiv provocano accumuli di grasso nei posti più strani. Magari finirò per avere sei tette.»
«Parli in questo modo anche con Ted?»
«Più o meno.»
Janet guardò il parcheggio splendente di sole, fuori dalla finestra. «A volte mi chiedo se le cose non sarebbero state diverse, tra me e Ted, se io fossi stata più... diretta, come te
e come Shw.»
«Probabilmente no. Ted mi ha detto che voi due non litigavate mai. Tu bollivi a fuoco lento, diceva.»
«È vero. Ora non più.»
Nickie disse: «Sarà meglio che vada a vedere come sta Gwendolin. Ah, le cose che una è disposta a fare per la famiglia, per quanto contorta sia la parentela!». Si alzò, si voltò e disse: «Ehi, guarda quei due piloti che stanno arrivando».
«Tu non spegni mai l’interruttore, Nickie?»
«No.»
Nickie si incamminò verso il bagno, che si trovava accanto alla cassa, proprio mentre i due piloti entravano, belli e abbronzati. Scambiò un sorriso con il meno abbronzato dei due, il quale l’afferrò immediatamente alla vita, e le chiuse la bocca con un pezzo di nastro adesivo. Poi gridò: «Ascoltate tutti, ora! Abbiamo un ostaggio. Appena qualcuno fa una mossa sbagliata, Barbie qui si prende un proiettile in testa. Niente cellulari, niente cercapersone, niente 911. Niente di niente».
L’altro pilota sollevò un fucile e sparò un colpo contro la teca dei dolci, colpendo anche il braccio di Kevin. Una pioggia di sangue e briciole di torta cadde sul registratore di cassa e sul pavimento. Alcuni clienti gridarono. Il pilota sparò a una finestra, e due persone nel parcheggio si gettarono a terra, poi corsero via. Il pilota meno abbronzato urlò: «Silenzio, tutti quanti. Siamo qui per affari, capito? Il mio amico Todd ora passerà a prendere i vostri gioielli. Voi francesi amate i gioielli, perciò niente merda disneyana. Ripeto, niente merda disneyana. Ne pas de merde à la Disney. Provate a consegnare una spilla del Re Leone, o un bracciale con la Sirenetta, e Todd vi spara in un piede per punizione».
I francesi cinguettarono tra loro. Il pilota sparò nel petto a un uomo di mezza età. La stanza piombò nel silenzio. Janet vide la canna del fucile toccare il lobo di Nickie, e ricordò quando, da piccola, suo padre faceva finta di estrarre dei quarti di dollaro da dietro le sue orecchie. La testa le ronzava come un alveare.
Nella vita non facciamo altro che cercare di schivare le frecce che la legge della probabilità ci tira addosso. Appena possiamo, ci isoliamo dagli atti casuali di odio e distruzione. Lo facciamo
con i quartieri che costruiamo, con le pareti tra le case, con la nostra diffidenza verso l’ignoto. Una persona su sei milioni sarà colpita dal fulmine. Quindici su cento soffriranno di depressione clinica. Una donna su sedici avrà il cancro alla mammella. Un bambino su trentamila nascerà gravemente deforme. Un americano su cinque sarà vittima di un crimine. Un giorno in cui non accade nulla di male, un giorno in cui tutto ciò che poteva andare storto va dritto, è un miracolo. Una giornata noiosa è il trionfo dello spirito umano, e la noia è un lusso senza precedenti nella storia della nostra specie.
Janet si alzò dal tavolo e si avvicinò a Kevin.
Il pilota con il fucile disse: «Torna indietro». Nickie cercava di urlare attraverso il nastro adesivo.
«Ho sessantacinque anni, idiota. Sparami pure, se vuoi, ma io ho intenzione di aiutare Kevin. Sono certa che i vostri amici vi rispetteranno molto, quando sapranno che avete ucciso una signora sessantacinquenne disarmata.» Janet si sedette accanto a Kevin e gli prese la mano.
Il pilota numero due, «Todd», saltellava tra i tavoli raccogliendo i gioielli degli europei in un sacco di cotone. Una donna rifiutò di darglieli, e lui disse: «Non collabori, eh?».
Bang! Sparò in un piede all’uomo accanto a lei. Janet udì un urlo, e il tintinnio di monete e gioielli che cadevano nella borsa.
«È ora» gridò quello che teneva Nickie. «Muoviamoci.»
Todd tornò verso la porta, proprio nel momento in cui Shw, ignara del dramma che si stava svolgendo nel ristorante, uscì dalla toilette. Il pilota cercò di strapparle la borsetta, ma lei oppose resistenza, la borsa si aprì, e centinaia di banconote da cinquanta dollari caddero sul pavimento.
«Cristo» disse Todd, chinandosi a raccoglierne un fascio.
«Non c’è tempo! Dobbiamo andare. Adesso!»
Un attimo dopo erano fuori dalla porta.
Nickie si strappò il nastro adesivo dalla bocca. Respirava a singulti, come se fosse stata molto tempo sott’acqua. Janet abbassò lo sguardo sul linoleum inzuppato di sangue, di un ricco color porpora. Nickie le stava dicendo qualcosa, ma lei non riusciva a sentire nulla.
Nessuno si muoveva nel ristorante. Dalla cucina proveniva l’odore di colazioni bruciate (Janet seppe in seguito che il personale si era rinchiuso nella cella frigorifera). Una dozzina di poliziotti entrarono a passo di carica, urlando: «Nessuno si muova!». Degli infermieri saltarono oltre i séparé, dirigendosi verso i francesi traumatizzati. I fotografi erano già al lavoro, e alla luce dei flash il sangue di Kevin sembrava nero.
Janet vide Shw intenta a raccogliere le banconote con un paio di... pinze da krapfen? Un poliziotto urlò: «Non tocchi quei soldi!».
«Sono miei, imbecille. Quelle teste di cazzo volevano rubarmeli.»
«Cristo, Shw» disse Nickie. «Dove hai preso tanti biglietti da cinquanta?»
Il gestore del ristorante confermò che i soldi erano di Shw, ma i poliziotti insistettero che non bisognava toccare le prove del reato.
«Cosa? State scherzando?»
«Lasci quei soldi, signora, altrimenti dovremo fermarla noi.»
Shw gettò la borsetta sul pavimento. Medici in tuta spaziale si chinarono su Kevin, mentre due agenti cercavano di ottenere da Nickie una descrizione dei rapinatori. «Il primo era carino, un po’ alla Kevin Costner, ma aveva gli occhi cattivi. Forse da piccolo torturava gli insetti e altri animaletti. Aveva una brutta pelle. Troppe droghe, oppure troppi dolci. Sul dorso della mano destra aveva un tatuaggio con una croce celtica, e... ce l’aveva bello grosso.»
«Non credo che potremo citare questo particolare nel rapporto, signora.»
Kevin fu caricato su una barella, mentre Janet gli teneva la mano buona. Gli infermieri lo avevano coperto con un frusciante lenzuolo di plastica, che scintillava nel sole fuori dal ristorante.
Janet parlò con i funzionari di polizia dell’Orange County, e poi fu di nuovo il turno di Nickie, mentre un altro ispettore interrogava Shw. Janet riusciva a udire solo frammenti delle sue parole.
«Sono con loro» stava dicendo, indicando Nickie e Janet «ma ci conosciamo appena. Uno dei figli della donna più anziana era il mio ragazzo.»
Era?
Shw non era la personificazione dell’amore fra generazioni. Voleva semplicemente andarsene, e in fretta. Finalmente le fu permesso di raccogliere le sue banconote. Il manager le indicò il tubo dell’acqua dietro il ristorante, che lo staff usava per sciacquare i bidoni della spazzatura. Pochi minuti dopo Janet e Nickie la trovarono lì. Aveva lavato le banconote, stendendole ad asciugare su una mensola di un bianco abbagliante. Le formiche ci camminavano sopra, seguendo l’aroma degli enzimi sanguigni.
«Noi ce ne andiamo» disse Janet, e aggiunse: «Non sei obbligata a venire, se non vuoi. Correggimi se sbaglio, ma ho la sensazione che questa è l’ultima volta che ci vedremo».
Shw si limitò a strizzare con forza le banconote che non aveva ancora steso al sole.
«Fai come vuoi» disse Nickie «ma prima di andartene potresti anche raccontarci da dove arrivano tutti quei soldi. Lo chiedo per pura e semplice ficcanasaggine. Altrimenti mi resterà la curiosità fino al giorno in cui sarò investita da un autobus.»
«Si tratta del mio corpo, e ci faccio quello che voglio» disse Shw. Poi si chinò a districare il tubo dell’acqua che si era attorcigliato.
«Non capisco» disse Janet. «Puoi fare un passo indietro, per favore?»
Lei smise di strizzare i soldi, e fissò Nickie. «Bryan vi ha detto che io voglio abortire, vero? Ve lo ha detto di sicuro. È ossessionato dalla morte.» Shw riprese a strizzare, e continuò: «C’è una tizia, a Daytona Beach. Suo marito vende pezzi di ricambio per auto. Tipo simpatico, ma è sterile, e loro vogliono un bambino. Fine della storia. Grazie, internet. Questi soldi sono il mio pagamento per l’affare. Bryan è un imbecille, ma è carino, e sua sorella è un’astronauta. Ciò mi ha permesso di alzare parecchio il prezzo. Gli ho raccontato che volevo abortire perché ero certa che avrebbe abboccato».
Janet disse: «Aspetta, aspetta un attimo. Stai dicendo che vuoi vendere il bambino?».
«Già. Come potevo sapere che Bryan avrebbe fatto tante storie?»
«Ma ci sono delle leggi.»
«Per favore, Janet, restane fuori. Tu mi piaci, e vorrei che le cose tra noi restassero così. In ogni modo, anche se dovessi riuscire a trovarmi, racconterò che ho avuto un aborto spontaneo nella toilette di un McDonald.» Fissò Janet negli occhi. «Oh, non guardarmi in quel modo. Il bambino è mio e ci faccio quello che mi pare.»
«Bryan sa della vendita?»
«No, ma immagino che lo saprà presto.»
«Credo che faremmo meglio ad andarcene» disse Janet.
Lei e Nickie salirono in macchina, e si resero conto all’improvviso che non sapevano dove andare.
«Io credo che dovremmo prenderci una bella sbronza» disse Nickie. «È una cosa che possiamo fare, nelle nostre condizioni?»
«Credo di sì.»
In silenzio, cominciarono a esplorare le strade, in cerca di un buon cocktail mattutino.


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