"Tuo fino alla morte", il ritorno di Gunnar Staalesen
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Il libro - Un mattino di febbraio insolitamente caldo, in una Bergen ancora pesante d’inverno, il detective Varg Veum è ingaggiato dal più giovane cliente che si sia mai presentato alla sua porta per il caso più banale: recuperargli la bicicletta. Roar ha otto anni ed è sotto choc: è stato derubato da Joker e dalla sua banda che terrorizza il quartiere. Ma compiuta la missione, Varg non resiste al suo istinto di ex assistente sociale e si appassiona alle esistenze solitarie degli anonimi caseggiati di periferia, ritrovandosi invischiato in una storia di risentimenti, rabbia e malasorte. Il padre di Roar viene ucciso con cinque coltellate alla pancia, sua madre Wenche è accusata del delitto e solo Varg è convinto che dietro l’omicidio si nasconda qualcosa di ben più marcio. Una nuova indagine per il detective scettico e disincantato più famoso di Norvegia, con un debole per la bottiglia e uno, ancora maggiore, per il fascino femminile. 
L’autore – Gunnar Staalesen è nato a Bergen, in Norvegia, nel 1947. Appassionato di jazz e di storia locale, ha raccolto l’eredità del poliziesco classico e ne ha fatto qualcosa di completamente nuovo e personale. Il primo romanzo che vede protagonista l’ispettore Varg Veum è stato pubblicato nel 1977 (Bukken til havresekken - Il lupo nell’ovile) e ha vinto il Primo Premio alla Gyldendal’s Crime Competition. Da allora i romanzi di Staalesen sono stati tradotti in più di dieci Paesi (tra cui Inghilterra, Francia e Germania) e sono diventati spettacoli teatrali e fictions televisive. Il detective Varg Veum è nato come il suo creatore a Bergen nel 1947 e ha ormai acquisito carne e ossa: compare in una serie TV, rilascia interviste, ha una statua di bronzo dedicatagli dalla città natale e le guide portano i turisti a visitare i luoghi della sua vita. Oltre a Tuo fino alla morte, Iperborea ha pubblicato Satelliti della morte (2009). Gli altri romanzi della serie del detective Varg Veum sono in corso di pubblicazione presso Iperborea nella collana Ombre.
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(per gentile concessione dell'editore)
Forse perché era il più giovane cliente che avessi mai avuto. Forse perché mi ricordava un altro bambino, da qualche parte in quella stessa città. O forse soltanto perché non avevo altro da fare. In ogni caso, ascoltai quello che aveva da dirmi. Era uno di quei giorni di fine febbraio in cui un vento caldo aveva fatto salire la temperatura di venti gradi sulla colonnina di mercurio (da -8° a +12°) e ventiquattro ore di pioggia battente avevano sciacquato via la neve delle ultime due o tre settimane che aveva trasformato in un paradiso le montagne attorno alla città e in un impenetrabile inferno il centro urbano. Ora era tutto finito. In città si sentiva l’alito della primavera, e la gente si affrettava per le strade con una nuova eccitazione in corpo, verso mete di cui ancora non sapeva nulla, ma soltanto intuiva. In un giorno come quello l’ufficio sembrava ancora più solitario del solito. La stanza rettangolare con la sua grande scrivania ingombra unicamente di un telefono, con gli schedari pieni più che altro di aria, era come un recesso recondito dell’universo, un ripostiglio per anime dimenticate, gente di cui nessuno ricordava i nomi. In tutta la giornata avevo ricevuto una sola telefonata. Era una vecchia signora che mi chiedeva di ritrovarle il suo barboncino. Avevo risposto che ero allergico ai cani, soprattutto ai barboncini. La signora aveva tirato su col naso stizzita e buttato giù la cornetta. Sono fatto così: mi vendo caro. Erano quasi le tre quando improvvisamente sentii aprirsi la porta della mia sala d’attesa. Stavo sonnecchiando sulla sedia e a quel rumore mi riscossi di soprassalto. Tirai giù i piedi dalla scrivania, mi alzai e andai ad aprire la porta di comunicazione. Era in piedi in mezzo alla stanza e si guardava intorno curioso. Doveva essere sugli otto o nove anni. Indossava un vecchio piumino blu e jeans con le toppe alle ginocchia. In testa aveva un berretto di maglia grigio, che si sfilò al mio arrivo. I capelli che ne uscirono erano lunghi e fini, lisci e quasi bianchi. Aveva grandi occhi azzurri, e la bocca socchiusa in una smorfia di apprensione sembrava sul punto di aprirsi per scoppiare in singhiozzi.
“Ciao”, dissi.
Lui mi guardò deglutendo rumorosamente.
“Se cerchi il dentista, è lo studio accanto.”
Scosse il capo. “Cerco…” iniziò a dire facendo un cenno verso la porta d’ingresso. Sul vetro smerigliato si poteva leggere, al contrario, che lì si trovava V. Veum, investigatore privato.
Mi guardò un po’ imbarazzato. “Sei sul serio un vero… detective?”
Sorrisi. “Vero e proprio… Prego, accomodati.”
Entrammo nell’ufficio. Io mi sedetti alla scrivania e lui prese posto nell’unica sedia, sfiancata, riservata ai clienti. Si guardò attorno. Non so che cosa si fosse aspettato, comunque sembrava deluso. Non sarebbe stato il primo, se lo era. L’unica cosa in cui sono veramente bravo è deludere la gente.
“Ti ho trovato… sull’elenco telefonico”, disse. “Sotto Agenzie Investigative.” Pronunciò le ultime due parole lentamente, articolando con cura, come se le avesse inventate lui.
Io lo guardavo. Pensavo che di lì a qualche anno Thomas avrebbe avuto la sua età. Allora anche lui avrebbe potuto trovarmi nello stesso posto: sull’elenco telefonico. Se avesse voluto.
“E per che cosa ti serve… aiuto?”
“La mia bici.”
“La tua bici”, ripetei annuendo. Guardai fuori, dall’altra parte del Vågen. Le macchine procedevano a singhiozzo per uscire dalla città, in direzione di quel paese lontano che chiamano Åsane e che si trova a est del sole e a ovest della luna, e a cui si arriva – se si ha fortuna – giusto in tempo per girare la macchina e rimettersi in coda per il rientro in città la mattina dopo. Anch’io una volta avevo una bicicletta. Ma era prima che Bergen fosse data in pasto all’automobile e battezzata con i gas di scappamento. I fumi della città incappucciavano il porto e i pendii del Fløien assomigliavano a un topo avvelenato sdraiato sul ventre nel tentativo di riempirsi i polmoni con un po’ di aria di mare. “Te l’hanno… rubata?”
Annuì.
“Ma non credi che la polizia…”
“Sì, ma… sarebbero solo guai.”
“Guai?”
“Sì.” Annuiva con enfasi ed era come se tutto il viso gli si gonfiasse di qualcosa che voleva raccontarmi, ma per cui non trovava le parole.
Poi, improvvisamente, tornò alla realtà. “Costa molto? Tu sei… caro?”
“Sono il più caro che ti puoi permettere e il più a buon mercato che ti possono tirare dietro”, dissi.
Mi rivolse uno sguardo interrogativo, così aggiunsi: “Tutto dipende da… dal tipo d’incarico… e dal cliente. Da quello che mi chiedi di fare, e da chi sei. Raccontami tutto dall’inizio. Dunque: la tua bici è stata rubata. E tu vorresti sapere chi è stato e dove si trova?”
“No. So chi ce l’ha.”
“Capisco. E chi è?”
“È Joker, con la sua banda. Vogliono prendersi… la mamma.”
“La… tua madre?” Questo non riuscivo a capirlo.
Mi guardava con aria grave. “Senti, come ti chiami?” chiesi.
“Roar.”
“E poi?”
“Roar Andresen.”
“E quanti anni hai?”
“Otto… e mezzo.”
“E dove abiti?”
Disse il nome di un sobborgo a sudovest della città, una zona che non conoscevo molto bene. In realtà, l’avevo solo vista da lontano. Ricordava vagamente un paesaggio lunare, se sulla luna ci fossero i casermoni.
“E tua madre? Sa dove sei?”
“No. Non era ancora tornata quando sono uscito. Ho trovato il tuo indirizzo sull’elenco, ho preso da solo l’autobus per venire in centro, e ho trovato la strada fin qui senza domandare a nessuno.”
“Potremmo telefonare a tua madre, così non si preoccupa per te. Avete il telefono?”
“Sì. Ma non sarà ancora arrivata.”
“Ma… lavora di sicuro da qualche parte, no? Potremmo telefonarle lì.”
“No, perché credo che in questo momento stia tornando a casa. E poi… insomma, preferirei che di tutto questo lei non ne sapesse nulla.”
All’improvviso sembrava così adulto. Tanto che credetti di poter fare la domanda che avevo sulla punta della lingua. I ragazzi ormai la sanno lunga. “E tuo padre? Dov’è tuo padre?”
I suoi occhi divennero ancora più grandi. Fu l’unica differenza visibile. “Mio padre… non abita più con noi. Si è trasferito. La mamma dice che… che si è trovato un’altra donna, anche se quella ha già due bambini suoi. La mamma dice che papà non è bravo e che devo dimenticarlo.”
Mi vidi davanti Thomas e Beate e mi affrettai a dire: “Ascolta, credo che ti porterò a casa e poi vedremo di trovare la tua bicicletta. Mi racconterai il resto in macchina, mentre andiamo. Va bene?”
M’infilai il giaccone e diedi un’ultima occhiata intorno. Un altro giorno si stava spegnendo senza lasciare tracce visibili.
“Non prendi la pistola?” domandò.
Lo guardai. “La pistola?”
“Sì.”
“Ma, non ho niente del genere, io, Roar.”
“Non ce l’hai? Ma io credevo…”
“Queste cose ci sono solo al cinema. E alla tele. Non nella realtà.”
“Ah.” Adesso aveva davvero l’aria delusa.
Uscimmo. Mi ero appena chiuso la porta alle spalle che sentii squillare il telefono. Per un attimo fui incerto se riaprire, ma probabilmente era qualcuno che voleva chiedermi di ritrovargli il gatto, e il telefono avrebbe di sicuro smesso di squillare nel preciso istante in cui fossi arrivato alla scrivania. Oltretutto ero anche allergico ai gatti. Così lasciai perdere.
Quella era la settimana del mese in cui l’ascensore funzionava, e scendendo domandai: “Quel Joker, come lo chiami tu, chi è?”
Mi guardò serio e disse con voce tremante: “È... uno cattivo.” Non feci altre domande prima di essere saliti in macchina.



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