Arte della Seta/ Il dietro le quinte di Tra le nuvole

Martedì, 23 febbraio 2010 - 08:47:00

di Ariela Baco

tra le nuvole clooney

Sono le immagini ad apparire per prime. Nel ricordo; nella traccia di testimonianza storica prima il segno grafico – il disegno - e poi la scrittura. Così come possiamo immaginare - nel desiderio, sorridendo -  prima uno sfioramento e poi descriverlo nell’elaborazione linguistica, in tutto il suo significato, magari psicanalitico; nello studio e nella memorizzazione di una lingua nuova, quando la parola si fa corrispondere – in un noto metodo di studio - ad un referente  iconografico che più facilmente resta nella mente. Non si traduce: e saranno lì – parola e pensiero - per sempre. Così vediamo prima il film e poi scopriamo il libro. Ci straniamo attraverso lo scorrere di una pellicola – che sia digitale oppure no  - e poi tocchiamo, per sfogliarle, le pagine: e ad una ad una ci ricordiamo nuovamente anche le immagini. E ancora straniamento: c’è qualcosa di più. L’opera cinematografica di  Jason Reitman Tra le nuvole e il testo letterario di Walter Kirn, ancora Tra le nuvole, edito da Rizzoli, sono la stessa cosa, ma giocano ad incastrarsi – come elementi che si attraggono, combaciano, si agganciano e si sposano. Nel senso che restano insieme attraverso una reazione chimica di fascinazione e di significato. Il romanzo è americano ed ha nove anni. Ma, insieme con il film, in Italia lo vediamo in questo periodo. E ci portano altrove. Il luogo non è esotico né fantascientifico. E’ quello in cui il corpo sembra non esistere. Sono opere in cui la vita, il lavoro, il senso del piacere , del fisico e del cibo, assumono significati completamente diversi.

Tutto ciò accade non attraverso la magica operazione di personaggi elaborati con il computer, di colore blu oppure fosforescenti, con le ali o con le antenne. Sono uomini e donne. Dal sorriso disincantato ma piacevole – quello che George Clooney ci ha ormai insegnato a riconoscere ovunque, dalla pubblicità alle sue interpretazioni più artistiche. Sorriso attraverso il quale i personaggi dichiarano ancora la loro umanità ma non il loro istinto gregario – che sembrano non possedere – né la loro tenerezza – di cui vagamente ricordano l’essenza- né tantomeno il loro estatico piacere sessuale, la sorpresa di una carne lambita dalla stoffa o dalle dita di una altro, che ne cerca il calore o il profumo nuovo. Personaggi il cui unico piacere sta nell’esperienza o nel possesso della cosa in sé – le miglia accumulate, i premi – che, straniata, appunto – prende un significato non più solo originario, ma completamente nuovo: nel senso di differente, altro. Qualcosa che va ancora ricomposto all’interno di un referente linguistico. Che soprattutto va costruito in un sistema sociale. E anche societario. Il protagonista Ryan svolge la professione di “tagliatore di teste” – licenzia cioè il personale in esubero. Lavora per una grande società che ha per clienti altre aziende che devono liberarsi – in maniera indolore ma soprattutto legale, in America, per evitare costose cause – del loro personale improduttivo. Ryan non si lascia coinvolgere. Ryan insegna – in alcuni seminari, ai suoi futuri colleghi – come fare affinché l’impatto emotivo non rientri tra i fattori di intralcio. Ma l’opera non è un inno all’indifferenza. Né alla cattiveria. Non è un lamento sui mala tempora. Infatti non si tratta di indifferenza vera e propria. Sia i disoccupati sia gli “impiegati” addetti al loro licenziamento fanno tutti parte dello stesso sistema: che sta cambiando. Quelli come Ryan sono già tra le nuvole, cioè nel luogo dell’altrove – in cielo, da nessuna parte in terra, sopra. Ryan cerca un rapporto. Fa sesso. Ma lo programma in luoghi più o meno estranei: gli  alberghi. In realtà migliori della sua stessa casa – nel film. Che è più simile ad una roulotte di appoggio rispetto alle belle camere che frequenta; che è meno connotata di queste, in cui si incontra con Alex.

Lei è bella: sia tra la seta lucida della camicetta con cui lavora sia con la camicia da uomo di lui, dopo l’ incontro carnale. Una bellezza che non va mai oltre le stoffe. Che si concretizza in un appuntamento preso nuovamente al computer, controllati gli impegni. In cui il piacere sembra essere così lontano: come quello che appartiene ad una cultura diversa, aliena. Eppure entrambi si cercano; lui la porterà al matrimonio di sua sorella. Eppure anche lei sorride: lo stesso modo di allargare le belle labbra, di stendere i tratti in un’espressione di approvazione che avevamo visto sul viso di Ryan. Un sorriso che appartiene alle nuvole e non al mondo. Nell’edizione italiana il romanzo di Kirn è spesso decorato con piccole immagini. Non solo graficamente inizia con alcune tabelle – di cui abbiamo già avuto esperienza in molte altre edizioni - ma a volte piccoli disegni. Anche questa non è una novità: l’appartenenza al mondo delle immagini della nostra cultura è arcinoto. Però la comparsa costante di questi piccoli segni decorativi, icone dal significato di un geroglifico –senza però l’aspetto misterioso – ci sembra differente: più densa, più sintetica. Per questo più pregnante di significato. La scrittura di Kirn è impietosa: razionale, precisa. L’autore non si commuove, non indugia. I suoi personaggi sono quello che sono e raramente fanno finta di non saperlo. L’autore usa spesso una tecnica analitica che li priva di mistero e li denuda. I suoi personaggi sono persone e corpi. In tutta la loro naturalezza. Non possiamo immaginarli perduti negli orli cuciti a mano, tra i punti asimmetrici della seduzione, o nella costruzione di un sistema alternativo. Sono privi di segreti. Eppure restano molto attraenti. Perché non sappiamo ancora chi mai  saranno. Chi mai concepiranno, come figli, come futuro, questo nuovo genere di esseri. In cui il lavoro è un pretesto, il possesso una virtuale entità, il  sesso non serve alla procreazione né al godimento. E la loro casa è tra le nuvole, senza essere in paradiso.

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