Helgason, riecco il "Bukowski islandese"...

Mercoledì, 23 giugno 2010 - 07:33:00

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Torna nelle librerie italiane HallgrÍmur Helgason, già autore di "Reykjavik 101": Isbn pubblica "Toxic. Economia domestica per killers", terza uscita della nuova collana Special Books.

Isbn Toxic HallgrÍmur Helgason

LA COPERTINA
IL LIBRO - Tom Boksic detto Toxic, un killer croato cresciuto nella guerra dei Balcani e emigrato a New York, ha un complesso di inferiorità nei confronti della mafia italiana ma sul lavoro non è secondo a nessuno. Fidanzato con Munita, una peruviana arrivata a New York giusto l’11/9, vive di omicidi e manda giudiziosamente i soldi a mamma e sorella rimaste in patria. Finchè incappa nella giornata sbagliata: ammazza un pezzo grosso del Fbi e dopo una rocambolesca fuga e il 67esimo omicidio si trova imbarcato su un volo per Rejakiavik con in mano il biglietto di un telepredicatore. Sbarcare nella «città più cool d’Europa», «dove Quentin Tarantino va quando è stanco di essere famoso», e trovarsi nello studio della tv evangelica della famiglia Goodmoonsdottir a reinventarsi uno zoppicante passato di perseguitato dal comunismo è il diabolico contrappasso escogitato da Hallgrimur Hellgason per questo romanzo slapstick che omaggia Tarantino e Kaurismaki, dileggia il provincialismo islandese, e si commuove fino alle lacrime alle canzoni dell’Eurofestival che fanno da colonna sonora.

HallgrÍmur Helgason
L'autore

L'AUTORE - HallgrÍmur Helgason è nato a Rejkiavik nel 1959. Scrittore, artista, drammaturgo, autore televisivo e radiofonico, attore comico perfino, appartiene alla generazione che ha trovato un posto per l’Islanda nella mappa della coolness mondiale con il romanzo 101 Reykjavik (1990), poi diventato un film di Baltasar Kormakur. Toxic è il suo ottavo romanzo.

 

LEGGI L'INCIPIT IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT
(per gentile concessione di Isbn edizioni)

1
Mia mamma mi ha chiamato Tomislav e mio padre era un Bokšic. Dopo la prima settimana in America sono diventato Tom Boksic. Il che ha generato Toxic. Quello che sono ora. A volte mi chiedo se sono stato io a intossicare il mio nome oppure è il nome che ha intossicato me. Comunque, sono un pericolo ambulante. Perlomeno a detta di Munita. Lei al pericolo c’è abbonata. La mia adorata esplosiva. Munita è peruviana, ma ha lasciato il paese quando la sua famiglia è stata sterminata da una bomba durante un attacco terroristico, così si è trasferita a New York e ha trovato lavoro a Wall Street, proprio il giorno prima dell’undici settembre. La prima volta che siamo andati in Croazia insieme è stata testimone di due assassini. Lo ammetto, uno per mano mia, ma l’altro è stato del tutto casuale e a dire il vero anche piuttosto romantico. Eravamo a cena nel ristorante di Mirko quando il tipo seduto accanto al nostro tavolo si è preso una pallottola in testa. È schizzato del sangue anche nel bicchiere di vino di Munita. Io non le ho detto niente, tanto aveva preso del rosso. Dice di non essere una grande fan della violenza, ma ho il  sospetto che sia attratta da mister Rischio proprio perché è tossico. Il nostro rapporto è sempre a un passo dalla detonazione, il sesso è sempre esplosivo. Munita è quello che gli americani chiamano una body-girl, gli uomini la squadrano sempre dal basso all’alto. Come è tipico in Sud America, quanto ad altezza non è un gran che e qualcuno una volta le ha anche detto che era grassa, ma in realtà, dopo, quel tale non ha più parlato molto. Quando passeggi con lei per strada le senti le tette che dondolano su e giù: plop, plop, plop. Il mio ritmo preferito, in America. E quando si mette quella sua strana maglietta arancione lo sentono anche gli altri. La prima volta che l’ho vista ho avuto l’impressione di averla già conosciuta. Prima di sposarla le chiederò se ha mai girato un video porno o se ha mai fatto uno strip su internet. La cosa migliore della mia Munita Bonita è il fatto che la sua famiglia è morta. Niente suocere, cognati o zii, né pranzi del ringraziamento, compleanni dei bambini o matrimoni a cui dover presenziare ed esporsi su qualche stupido prato, con un sole abbacinante e altre cinquanta persone alle tue spalle. Munita Rosales è abbastanza abituata agli uomini con la pistola. Prima che io entrassi nella sua vita usciva con un tipo taliano di Long Island (per noi gli «italiani» sono diventati gli «taliani»dopo che Niko ha sparato accidentalmente alla I dell’insegna di un loro ristorante). A dire il vero il suo curriculum era ben più ridotto del mio, però credo che si possa comunque considerare un mio collega. Io sono quello che nella nostra lingua si definisce un placen ubojica; a New York lo chiamano hitman, sicario. Da quando mi sono trasferito, sei anni fa, ho procurato un casino di affari alle ditte di onoranze funebri della città. Meditavo quasi di proporre una collaborazione, così l’altro giorno ho detto a Dikan che gli conveniva comprarsela, un’agenzia di pompe funebri. Almeno ci facciamo anche dei soldi, con i cadaveri delle nostre vittime. Permettetemi di dirvi un paio di cose sul mio lavoro. Per gran parte della settimana lavoro come cameriere allo Zagreb Samovar, il nostro bellissimo ristorante sulla Ventunesima Strada Est. Il termine inglese waiter mi si adatta alla perfezione, perché gran parte del lavoro di un sicario consiste nell’aspettare l’incarico successivo. Il che può anche dare ai nervi. La mia bestiale anima balcanica non ne ha mai abbastanza: mi viene la smania se passano tre mesi tra un lavoro e l’altro. Il mio anno più moscio è stato il 2002: solo due lavori a segno e uno andato in bianco, e quello mi brucia ancora. Nel mio ramo non andare a segno è proibito. Nessuno ci tiene a sapere che c’è un disgraziato con una ferita d’arma da fuoco che se ne va in giro per la città in cerca del proiettile d’addio. In genere uno si scoccia, se si accorge che stai cercando di farlo fuori. Il colpo a vuoto del 2002 è diventato il mio primo colpo mandato a segno nel 2003. Per il resto, sono famoso per non sprecare proiettili. Sono quello che si chiama un triple six-packer, un tre pacchetti da sei, che a Manhattan pare sia un record. C’era un tipo taliano di nome Perrosi che mi pare sia stato un due pacchetti, verso la fine del secolo scorso, quando John Gotti era il re del Queens, ma nessuno aveva fatto un tre pacchetti finché non è arrivato Toxic. E poi, ormai gli taliani hanno fatto il loro tempo. Quando sparano più film su di te di quanto tu riesca a sparare alla gente, significa che sei cotto. Tra vent’anni avranno prodotto un’intera serie televisiva sui nostri Soprano, gli Sliškos; ma io a quel punto sarò diventato come il nostro amico Shaking Trigger, con i capelli permanentati e mummificato dal Viagra. A Munita dico sempre che la storia dei pacchetti da sei è una questione ambientale: non voglio aggiungere inutili scoppi d’arma da fuoco a questa città già così acusticamente inquinata. Gliel’ho detto subito al nostro terzo appuntamento, dopo che mi aveva chiesto per la terza volta che lavoro facevo. Mi ci sono volute quattro settimane di telefonate e un’incursione fatta a regola d’arte per convincerla a uscire con me la quarta volta. Sorry, dimenticavo. Fare un «pacchetto da sei» significa spedire sei cadaveri nella tomba con sei pallottole consecutive: sei pallottole, sei funerali, con tanto di vedove in lacrime, fiori e tutto il resto. Dikan avrebbe dovuto promuovermi tanto tempo fa, ma quello ha la testa così dura che ci potresti tagliare i diamanti. L’unico complimento che sa farmi quel Succiadita è: «Toxic è un bravo cameriere. Non perde mai una commessa». Non vedo l’ora di eseguire l’ordine di Bilic, quando verrà il momento di mettere il punto finale alle frasi di Succiadita. Il soprannome l’ha preso perché si lecca sempre quelle sue dita grasse alla fine di ogni pasto. Noi cerchiamo di mantenere un basso profilo: ppbp è la nostra missione. Profilo Più Basso Possibile. In genere cerco di concludere lontano da occhi indiscreti; i miei bersagli li becco in macchina, oppure a letto, preferibilmente senza testimoni. E se non è fattibile, utilizziamo il metodo Ultima Cena: invitiamo la vittima a mangiare nel nostro ristorante e alla fine del pasto gli presento il relativo conto, che è talmente astronomico che in genere il cliente preferisce pagarlo con la vita. Poi lo accompagniamo in una stanza speciale sul retro, che si chiama Stanza Rossa anche se è verde. Non ci sono clienti abituali, allo Zagreb Samovar. Già che mi viene in mente. Il nome del ristorante è completamente senza senso, perché il samovar è una teiera russa e non ha niente a che vedere con la cultura croata, ma Dikan pensa che sia una figata. «Fingersi stupidi è il travestimento migliore» dice sempre, a intervalli di un’ora e mezzo. Però anche se aspetto ancora quella promozione del cazzo, non è che mi posso lamentare. I soldi sono buoni e ovviamente anche il cibo. Ho un appartamento strepitoso all’angolo tra la Wooster e Spring, una zona per cui Munita sarebbe disposta a darla al primo che passa, e poi adoro Noisy York, anche se ovviamente mi manca la mia cara vecchia patria ogni singolo giorno. Ma all’inizio dell’anno siamo riusciti a sistemare il collegamento via cavo e ora posso vedermi l’hrt e l’Hajduk Spalato a casa, sul mio schermo piatto. La mamma mi telefona tutti gli anni per chiedermi quando riprendo a studiare. È un codice croato, per dire «ho finito i soldi». Appena riattacca le spedisco duemila dollari via internet e la sistemo per un altro anno.

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