Tonon ad Affaritaliani.it: "Nel secondo romanzo racconto la perdita di mia madre"

Lunedì, 9 maggio 2011 - 16:18:00

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Il Nordest eretico di Emanuele Tonon. Su Affaritaliani.it in esclusiva il primo capitolo del romanzo d'esordio "Il nemico" e la prima recensione in assoluto del romanzo italiano dell'anno

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Il libro d'esordio di Tonon,
"Il nemico" (Isbn)

Tonon: "Ho incontrato Moresco, mio padre e fratello". Il racconto in esclusiva per Affaritaliani.it

Crisi a Nordest/ Emanuele Tonon: "Perché gli scrittori del Nordest non parlano della vita in fabbrica?". Il commento in esclusiva per Affaritaliani.it

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di Antonio Prudenzano

emanuele tonon antonio moresco
Tonon

"Il Nemico" di Emanuele Tonon, pubblicato nell'autunno 2009 da Isbn edizioni, è considerato un romanzo d'esordio "di culto". Un libro disturbante, "eretico", che ha colpito numerosi critici (e colleghi scrittori) e ha rappresentato molto per un gruppo di "devoti" lettori (qui la rassegna stampa). A metà settembre 2011, sempre per l'editore milanese Isbn, uscirà il secondo romanzo dello scrittore friulano, che in anteprima ad Affaritaliani.it (che ha ospitato numerosi suoi testi inediti; vedi box a destra, ndr) aticipa i temi che affronta ne "La luce prima".

Tonon, "La luce prima" va a chiudere la "trilogia" cominciata con "Il nemico" (romanzo diviso in due parti, ndr)? Di cosa parlerà? Com'è nato il libro?
"Come vado ripetendo dall’esordio non si tratta di una 'trilogia' ma di una 'trinità'. Il mio intento era quello di utilizzare in chiave allegorica le tre Persone della Trinità cattolica. Il Padre come paternità, come possibile protezione dal male, il Figlio come figliolanza, come facitore di male (queste le due ante de 'Il nemico'), e infine lo Spirito Santo, Il Consolatore, quello che generando dovrebbe consolare, lenire le ferite. Lo Spirito Santo che è Madre. 'La luce prima' è nato una incomprensibile mattina di giugno, mentre compiva gli anni quella che pensavo essere la donna della mia vita. Invece, mi sono trovato davanti a mia madre che rantolava su di una poltrona. Un ictus emorragico le aveva invaso il cervello, all’improvviso. Era mia madre la donna della mia vita, finché non le ho pianto addosso non lo avevo capito. Stavo per fare gli auguri alla mia fidanzata, il mio risibile amore terreno, avevo il cellulare il mano, e la mia vita è sparita. Ho cominciato a scriverlo lì, mentre non capivo niente, ho continuato a scriverlo nelle attese di un reparto rianimazione d’ospedale, scrivendo come un pazzo su di un Moleskine. Nelle mie intenzioni vorrebbe essere solo una dichiarazione d’amore definitiva, un’invocazione al fantasma di mia madre, una evocazione, un lamento dolcissimo e straziato. Non so cosa sia, ora. So solo che ho inteso stare fuori dalla letteratura per stare solo con 'la mia mamma piccola'. Non era questo il libro che avrebbe dovuto concludere la mia trinità, questo libro è 'accaduto'. Stavo concludendo 'Cosa vogliono i morti', quella mattina di giugno. Quel romanzo doveva essere la chiusa di quanto andavo scrivendo da almeno dieci anni. Ho fatto della mia mamma piccola lo Spirito Santo che avevo annunciato. O lei ha fatto di sé questo. Non avrei mai voluto scrivere questo libro, questa è l’unica certezza che ho. 'La mia mamma piccola' mi ha portato dove non volevo andare, come quando io ero piccolo e facevo i capricci. E anche come quando ero grande e le regalavo dolore, come è nella natura del figlio. Perché il nemico è il figlio".

Gianluigi Ricuperati modererà un incontro tra lei, Paolo Nori, Michael Elisarov, Zakhar Prilepin e Mariam Petrosyan, alla Fiera del Libro di Torino, sabato 14 maggio, alle ore 21, presso lo Stand della Federazione Russa. Qual è il suo rapporto con la letteratura russa?
"Credo di essere un po’ russo nell’anima. Non ho conoscenza della letteratura russa contemporanea, in russo saprei solo dire, credo, Vodka. Ma il mio immaginario è stato invaso, devastato, da quando ero un ragazzino, da quel mostro che di nome e cognome faceva Fëdor Michajlovic Dostoevskij. Credo che la mia scrittura debba quasi tutto all’abisso teologico e filosofico che Fëdor  ha spalancato nella mia mente".

Da qualche settimana ha un agente letterario, Oblique.
"Sono arrivato alla pubblicazione come una vergine la prima notte nel letto di uno sconosciuto. Non sapevo nulla delle dinamiche editoriali. Ho avuto modo di conoscere Oblique perché mi chiesero di presentare un esordiente da loro seguito. Con Leonardo Luccone, l’anima di Oblique studio, è nata una sintonia, una amicizia. Non è una questione di soldi. So di avere trovato una persona che mi stima, capace di leggermi spaccando il capello in quattro e consigliandomi, senza invadenza. Ricevo sms che mi allargano il sorriso, non devo più pensare alle questioni burocratiche. Il mio agente, quindi, Leonardo Luccone, altri non è che un gran conoscitore della letteratura, un letterato, un amico al quale posso abbandonarmi e solo imparare. Altrimenti, sarei andato da un commercialista o da un avvocato, per salvarmi dagli squali e dalle sirene. O sarei andato a comprare del lubrificante in un sexy shop".

Negli ultimi mesi in Italia sono stati pubblicati centinaia di romanzi d'esordio: ce n'è qualcuno che l'ha colpita?
"Negli ultimi mesi mi sono immerso nello studio più rigoroso di testi inerenti la teologia, la filosofia, l’antopologia, lo scimanesimo, gli stati alterati di coscienza, lo spiritismo, per nutrire la mia scrittura. Non ho letto molta narrativa e, quando la ho letta, o si trattava di scrittori defunti o di scrittori che scrivono guardando negli occhi la morte. Ma andando un po’ indietro, sono stato folgorato da tre esordi: Paolo Piccirillo con 'Zoo col semaforo', Veronica Tomassini con 'Sangue di cane', e Simona Castiglione con 'La mente e le rose'. Tre libri diversissimi, ognuno dei quali, però, mi ha toccato nel vivo".

In questo momento a quali autori si sente più vicino?
"Mi sento vicino ad Antonio Moresco, che per me è l’incarnazione della letteratura. Un padre, forse, anche oltre lo specifico letterario. Ho mandate a memoria queste sue parole, già pubblicate su questa testata, in risposta a una mia domanda: 'A me pare che gli scrittori del passato che ancora leggiamo oggi non fossero così. Non che non ci fossero anche allora le solite debolezze umane, le rivalità, le piccole meschinità e vanità, i colpi bassi, le invidie. Ma c’era anche altro, esistevano vincoli più profondi e segreti che legavano -persino attraverso lo spazio e il tempo- scrittori molto diversi fra loro (Stendhal, Balzac, Hugo, Dostoevskij…), gesti di generosità divenuti leggendari, commoventi manifestazioni di altruismo e di stima che, lungi dal diminuirli, hanno reso ancora più grandi chi li ha compiuti, scrittori che accettavano di far tradurre i propri libri all’estero solo a condizione che prima venissero tradotti quelli di qualche altro scrittore per il quale nutrivano enorme considerazione, ecc ecc… E anche prima ancora si poteva trovare, tra gli artisti, riconoscimento della grandezza e trascinamento. Tra scrittori, musicisti, pittori… È così che si tiene acceso il fuoco nella notte che ci circonda e ce lo si passa di mano in mano.  Comunque, anche adesso, sempre, uno scrittore non deve farsi schiacciare. Deve andare avanti per la sua strada, da solo o assieme ad altri, se ha la fortuna di incontrare qualche compagno di viaggio durante la sua vita e il suo tempo. Deve cercare di dare il meglio di sé, deve andare a toccare dei limiti, deve varcare delle soglie, deve metterci l’anima. Il resto, se ci sarà, bene. Se no, fa lo stesso'".    

Ha già in mente di cosa parlerà il suo terzo libro?
"Diciamo che questo vorrebbe essere un piccolo romanzo di transizione, una pausa, un nuovo linguaggio, un nuovo sguardo, un avvicinamento alla  coda del drago che dovrò affrontare nel proseguimento del’opera che vorrei realizzare, sempre se non creperò prima. Massimiliano Santarossa, scrittore e caro amico, è anche editor per  Edizioni Biblioteca dell’Immagine. A settembre verrà varata una nuova collana, 'Inchiostro', che raccoglierà le nuova narrativa italiana di qualità, nelle intenzioni programmatiche. La collana vedrà come primo romanzo l’esordio di Matteo Corona,  con 'Nelle mani dell’uomo corvo'. A me Massimiliano ha chiesto di tornare nei luoghi della prima anta de “Il nemico”, raccontandoli però trent’anni dopo. 'L’ultimo bicchiere di vino' - questo il titolo provvisorio -, vuole essere proprio l’occhio di un uomo che vede la fine di un mondo, che contempla le macerie della propria esistenza e di quel Nordest che ha costruito case sulla sabbia.  Una piccolissima epica dei veramente ultimi che non saranno mai i primi, né in questa terra né altrove".

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