"Tiratori scelti" (Fandango): tra droga e rabbia, il romanzo della nuova gioventù bruciata' dell'hinterland milanese

Giovedì, 1 aprile 2010 - 11:14:00

Emmanuele Bianco tiratori scelti fandango
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Giorni nostri, periferia milanese. In Francia le chiamano Banlieues, in Italia sono margini e basta. Sono gli anni della crisi, della nuova emigrazione, della lega, del precariato, sono anche gli “anni bianchi” della coca, droga non più per soli ricchi, ma per tutti e che cambia le abitudini di tutti i giorni. "Tiratori scelti", romanzo d'esordio di Emmanuele Bianco (sì, si scrive con due "m"...) in libreria per la collana Galleria di Fandango, narra crudamente questa nuova generazione tossica e aggressiva, e soprattutto un gruppo di ragazzi emigrati italiani di seconda generazione che fa i conti con la nuova emigrazione, le nuove droghe, i nuovi valori. Maurizio, Gregory, Alvaro, Guido, Irene, Shitzee, Antony raccontano attraverso i loro punti di vista uno spaccato di questo paese, dove montano le tensioni sociali, dove la coca è il credo, e le “comitive” si trasformano in bande per il controllo del territorio, delle ragazze, di una partita di droga, di un appartamento popolare. Emmanuele Bianco racconta con spietatezza, una scrittura vivace e mossa, la bolla dentro la quale monta un caos che presto potrà coinvolgere tutte le aree metropolitane di questo paese.

“Nei vent’anni dal 61 all’ 81 la popolazione è passata da cinquemila a ottantantunomila abitanti. In quei vent’anni, ogni santo giorno di quei vent’anni, più di dieci persone approdavano qui, aspirando alla fabbrica. Arrivavano dal Sud senza un bel cazzo di niente, neanche in quella valigia che si portavano appresso. Ogni giorno, per vent’anni, più di dieci persone iniziavano a lavorare nelle grandi acciaierie, nell’edilizia. Erano in gran parte uomini, e le loro donne finirono allo Stato, impiegate come bidelle, sportelliste, segretarie, maestre. La nostra città non era nulla prima di quegli anni. Il Nord non era nulla prima di quegli anni. Gli Stati Uniti, l’Argentina e la Germania non erano nulla. Il dopo guerra non sarebbe stato lo stesso senza quegli uomini e quelle donne disposte a lasciare tutto e niente. Senza quei cristiani cresciuti come noi, come feti nel maelstrom incessante del Sud. Questo quartiere sarebbe stato diverso. Il nostro quartiere.”

Emmanuele Bianco tiratori scelti fandango
Emmanuele Bianco

L'AUTORE - Emmanuele Bianco (1983) è nato a Milano ma è originario di Bianchi in provincia di Cosenza. Questo è il suo primo libro.

IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT IL PRIMO CAPITOLO DEL ROMANZO (per gentile concessione dell'editore Fandango)

La pensione integrativa di Shitzee
I palazzi
Shitzee
Le strade che scorrono sotto i palazzi evaporano umanità. Sono grigie e cupe, ingombrate di macchine, mondezza e persone. Dai balconi, come fiori di loto, s’ammassano le paraboliche delle televisioni a pagamento. Dalle finestre, appesi a sbilenchi fili di nylon, prendono aria i capi firmati messi ad asciugare. I palazzi vedono: nel chiaroscuro, come misantropi silenziosi, gli abitanti vegliano il respiro di cemento del quartiere. Quelli agli arresti domiciliari fumano sereni, appoggiati ai parapetti dei balconi, con la faccia di chi è in confidenza con la propria sorte. Buttano i mozziconi di sotto, senza curarsi di nulla. E piovono filtri accesi, assomigliano a stelle cadenti. Desideri inespressi che ci cascano addosso senza indulgenza. Stelle che precipitano su questi due che sfrecciano su un motorino scarenato, senza casco, con marmitta e motore truccato. Sgasano per le strade del quartiere, costeggiando come formichine i palazzoni alveari. Dalle finestre qualcuno litiga, urla per scaramucce di soldi. E chissà quanti altri, troppo in alto per sentirli da quaggiù. Piombano, le stelle accese, su questi due che smascellano e hanno gli occhi di porcellana per la troppa cocaina. Diciassette anni al massimo, con cinquanta euro in tasca e altrettanti nel naso si sentono dio. È sufficiente questa miseria per annientare un essere umano: un aerosol da cinquanta euro. Stelle minacciose su di me, col naso per aria a spiare fin dove arriva lo sguardo, nella babele di lampadine accese, la stanzetta da convento in cui vive Max. Il suo palazzo, come tutti quelli qua in zona, è di quelli tirati su. Cemento che sale fino a bucare un cielo caliginoso. La facciata esterna, talmente grande da mozzare il fiato, eppure così fragile, un albero un tempo maestoso. Ora, solo la testimonianza del boom industriale del dopoguerra. Solo la quotidiana esposizione al degrado che negli anni ha rinsecchito i rami, dissanguato le radici e sfigurato la corteccia. Ogni tre finestre un balconcino, ogni tre balconcini un piano, e così via, da nord a sud, per dodici piani. È un complesso di sei palazzoni che si intersecano tra di loro, della stessa forma, della stessa dimensione e dello stesso miserabile colore: un’imitazione cinese del terra di siena. Ora, solo alberi cavi, secchi, malati; morti. I muri d’accesso, tutto intorno, sono coperti dalle scritte dei writers, dalle loro sigle, scarabocchi perlopiù neri. Sei casermoni per dodici piani per sei appartamenti fanno quattrocentotrentadue loculi da cinquanta metri quadri. Quattro persone per ciascuna nicchietta, millesettecentoventotto vite. Quanto un paesino. E ce ne sono a decine di boschi simili, ogni strada ha il suo, tutti i quartieri ne hanno uno. Vita, vita, mille volte vita, dentro a quegli alberi morti; in qualsiasi momento, di un qualunque giorno, vita. L’alba… l’alba nei mesi da marzo a settembre è sempre  di chi esce per lavorare. Il mattino se lo spartiscono le donne, gli studenti e gli anziani. Le donne, mercati e fila alla posta. Gli universitari, nottambuli a caccia di colazione e spinelli. Gli anziani, vagabondi nell’ora d’aria. Nel primo pomeriggio, invece, ecco fare rientro le scuole superiori e medie, e, subito dopo, i bambini delle elementari, con il codazzo di adulti di ogni età. Giusto il tempo di posare la cartella a casa, compiti né mò né mai, e giù, per le scale, fiondati nei cortili del bosco ammalato di vita e di morte a giocare col pallone, o a nascondino, o con la bici. Fino alla sera, quando quelli usciti all’alba tornano.

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